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Agostino

Guestbook. Intervista a Jvan Sica

Dovevamo ancora riprenderci dalla scorpacciata europea e olimpica di quest’estate, che ci siamo ritrovati immersi nell’inizio del nuovo campionato, inframezzato inoltre dal ritorno della Nazionale. Il 2012 è un anno a tutto sport, e l’ospite di oggi segue proprio quest’onda. Ho intervistato infatti Jvan Sica, autore del blog Letteratura Sportiva sul quale potete trovare post che parlano davvero di qualsiasi sport, dal calcio  al cricket.

In Letteratura Sportiva passi tranquillamente dal parlare di Messi a post su sport che in Italia vengono spesso considerati poco più che hobby per tenersi in forma. Ci racconti come nasce questa passione a 360° per lo sport, e come mai hai deciso di “portarla” su un blog?

L’idea di trattare tutti gli sport viene fuori dalla passione che sento quando vedo un evento sportivo. Dopo pochi secondi che assisto ad una gara di qualsiasi sport inizio a tifare per qualcuno. Nasce da lì poi la voglia di saperne di più su di lui e sullo sport praticato. Pensa che la settimana scorsa mi sintonizzavo spesso su un canale della tv indiana che dava in continuazione partite di preparazione al Mondiale di cricket in svolgimento in Sri Lanka. Da quel momento seguo l’Afghanistan di cricket come se fosse Valentina Vezzali.

Sempre più spesso le notizie dei quotidiani sportivi prendono spunto dai tweet piuttosto che dagli update facebook degli atleti. Secondo te web e i social media a tuo avviso hanno cambiato il modo di fare comunicazione sportiva? Se sì, come?

Per adesso hanno cambiato solo il modo di fare comunicazione degli sportivi che stanno pian piano lasciando l’inzaghese (mago del “Loro ottima squadra, noi concentrati fin dall’inizio”) per dire dei loro sentimenti veri. La maggior parte degli sportivi sui social media per adesso lavora di liking (esprime le sue preferenze su tutto) e referralling (parla di sé e del suo vivere l’attività sportiva). Qualcuno si spinge verso l’opinione personale ma sono davvero pochi. Il passo successivo, affinché gli utenti non si stanchino e continuino a seguire e assorbire (magari sponde promozionali), è il condividere gli stati d’animo in corso d’opera (ipad in panchina, perché no?) e far uscire vere e proprio notizie di prima mano. E in quel momento uno spettro si aggirerà sul giornalismo sportivo.

A questo proposito ti chiedo il tuo giudizio sul cosiddetto silenzio olimpico che più o meno volutamente è stato adottato dagli atleti. Giusto così, o ormai ci troviamo in un’epoca in cui tali restrizioni sono anacronistiche?

Il silenzio olimpico? Io non l’ho visto. Usare i social media vuol dire ormai prendere il caffè. Anche prima delle gare ci sono sempre i bar dove fermarsi e parlare.

Restando in tema di Olimpiadi, ti chiedo qual è il tuo bilancio della spedizione azzurra a Londra, e a cosa sono dovute secondo te le debacle in alcune discipline dalle quali ci si aspettava molto di più (una su tutte il nuoto)?

In un post del mio blog ho scritto che lo sport italiano è in crisi. Per vincere nello sport contemporaneo bisogna investire in tutto, noi non possiamo permettercelo.  Abbiamo buoni giovani, potenziali campioni, e grandi tradizioni. A chiudere il cerchio serve la gestione moderna dell’atleta, un investimento secco, forte, in strutture da mettere a disposizione, metodi per l’aggiornamento costante, diagnostica per la parametrizzazione di tutti i fattori, continue occasioni per il benchmarking e l’analisi comparata. Tutto questo in Italia inizia a scarseggiare.

Il calcio ha di recente deciso di sdoganare finalmente la tecnologia per aiutare gli arbitri in occasione dei gol  fantasma. Tu sei favorevole a questa introduzione innovativa, che potrebbe essere utilizzata anche per altre situazioni critiche (come fuorigioco e simulazioni) o avresti preferito che la tecnologia fosse rimasta fuori dai campi di calcio?

Sono per la tecnologia. Quando nel tennis l’occhio di falco mi dice che la palla è fuori mi sento più tranquillo. Il sospetto che tutto sia falso uccide lo sport, vedi il ciclismo che ormai è più festa di paese che gara sportiva sentita dal pubblico. Vince Basso o Contador ci frega assai.

Restiamo in tema di calcio per la chiusura: la cavalcata azzurra agli Europei, seppur terminata male nella finale, sembrava aver riacceso gli entusiasmi di un calcio italiano desideroso di essere protagonista in Europa. Ora un certo ridimensionamento delle nostre squadre, simboleggiato ovviamente dalle cessioni di stelle come Thiago Silva e Ibrahimovic e promesse come Verratti, fanno temere che la finale raggiunta dall’Italia sia stata solo un episodio fortunato, mentre il sorpasso da parte di realtà come quella francese è imminente, se non in fase di attuazione. Qual è il tuo parere in merito?

Il calcio italiano è il calcio tedesco di 15 anni fa. Campionato anonimo, pieno di calciatori sullo stesso livello. L’unica pecca è che si pensa ancora sia meglio Bradley che Bertolacci, mentre l’unica nota positiva che emerge sono le guide tecniche, le migliori al mondo per quel che riguarda il vincere le partite. Nel futuro vedo una grande nazionale, da assemblare però, perché non ci saranno blocchi, e barricate europee per i club, perché siamo nettamente inferiori.

Grazie per la disponibilità Jvan.

Agostino

#Euro2012: Social TV in 140 caratteri

La finale di ieri sera ha certificato i nomi dei vincitori dell’Europeo 2012. A trionfare sono stati la Spagna, purtroppo per noi, sul campo, e Twitter sul web. Si è trattato infatti della prima manifestazione calcistica per Nazionali con un seguito così ampio e costante per l’intera durata del torneo, praticamente in tutte le Nazioni coinvolte e anche al di fuori dei confini europei.
Twitter, per l’occasione, ha creato un apposito sito – euro2012.twitter.com – che contiene una mappa dei volumi di tweet degli utenti.

Pur trattandosi di dati esclusivamente quantitativi, le evidenze che emergono sono interessanti. Innanzitutto è chiaro che la vittoria spinge a twittare per esternare la propria felicità, mentre chi perde preferisce il silenzio piuttosto che condividere la delusione con i propri follower. Per verificarlo, basta aprire i grafici delle singole partite, in cui la quantità di tweet è sempre maggiore per la squadra vincente e spesso varia in base all’evolversi delle partite. Ad esempio nel corso di Italia-Inghilterra l’andamento dei tweet ha seguito una sostanziale parità per tutta la durata dell’incontro, fino ai rigori duranti i quali c’è stata una prevalenza da parte di noi utenti italiani.

Ieri, invece,  abbiamo preferito restare in silenzio di fronte alla sconfitta senza diritto di replica subita in finale.

Allo stesso modo, i volumi di tweet dai Paesi delle nazionali eliminate al primo turno si sono notevolmente ridotti al termine della prima fase.


Dalla finale di ieri emerge anche un altro dato interessante. Sapevamo già che a far impennare lo share of voice su Twitter sono soprattutto i gol, grazie al record di tweet stabilito nel momento del gol di Fernando Torres nella semifinale di Champions. Pare che ci sia un particolare feeling fra l’attaccante del Chelsea e gli utenti di Twitter, visto che è stato proprio el niño a fornire a Mata l’assist per il quarto gol della Spagna, rete che ha dato vita al nuovo record: 15.358 tweet in un secondo, quasi 2.000 in più del precedente record, come annunciato da Twitter sul proprio blog.
Non poteva mancare, infine, la celebrazione dei giocatori spagnoli anche su Twitter, con Iniesta e Sergio Ramos che pubblicano foto in diretta dallo spogliatoio, naturalmente in compagnia della coppa:

Sembra quasi superfluo, a questo punto, ribadire che la Social TV non è più una teoria ma una realtà. Non si parla degli eventi solo prima e dopo, per commentarli, ma se ne discute anche e soprattutto in diretta, attraverso il secondo schermo. Per questo tipo di commento live, la rapidità di Twitter al momento non ha rivali: la Social TV è sempre più sintonizzata sui 140 caratteri.

Agostino

La partita del secolo

Oggi inauguriamo una serie di 3 post di “avvicinamento” a Italia-Germania, semifinale di Euro 2012. Nell’attesa, abbiamo deciso di raccontare – a modo nostro – le tre sfide fra Italia-Germania più famose: iniziamo con quella del 1970.

Il 4-3 di Italia-Germania a Messico ’70 è qualcosa che va oltre una semplice partita di calcio, ma non solo. Va oltre anche l’ambito sportivo, per diventare un vero e proprio luogo della memoria e far sì che si tratti di una partita che tutti conoscono, anche chi nel 1970 non era ancora nato o non è un tifoso di una delle due squadre che diedero vita a quell’evento unico. Si è trattato di qualcosa di talmente speciale che persino i messicani, che in quell’incontro erano spettatori neutrali in quanto paese ospitante, hanno deciso di porre nel leggendario stadio Azteca che ospitò il match una targa commemorativa che recita: “Lo Stadio Azteca rende omaggio alle nazionali di Italia (4) e Germania (3) protagoniste, nel Mondiale del 1970, della PARTITA DEL SECOLO. 17 Giugno 1970”.
Sì, partita del XX secolo, che ha ispirato film,  spettacoli teatrali, libri e trasmissioni televisive, trasformando in memi senza tempo la staffetta fra Rivera e Mazzola che fece discutere un Paese intero per settimane, il pareggio di Schenllinger al 90′ che portò la partita ai supplementari trasformandola in leggenda e il memorabile gol di Rivera che decise la sfida.
Ma la cosa più impressionante di Italia Germania 4-3 è che si è trattato di una partita talmente incredibile da cancellare la successiva sconfitta della Nazionale, il 4-1 senza appello subito dal Brasile di Rivelino, Tostao e soprattutto di Pelè in finale. Solitamente, nella memoria collettiva e nella storia di un mondiale perso in finale rimangono le immagini della sconfitta. Ne sa qualcosa Roberto Baggio, il cui rigore sbagliato nel ’94 (sempre contro il Brasile…) è rimasto impresso negli occhi degli italiani quasi più del suo fantastico Mondiale, tanto da diventare anche fonte di ispirazione per lo spot di un operatore telefonico. E invece quel 4-3 è stato qualcosa di talmente stupefacente che la finale persa è stata quasi un dettaglio, qualcosa che in quel momento – e poi nel resto degli anni – sarebbe finita nel dimenticatoio, offuscata da quegli straordinari 120 minuti della semifinale. Perché, in fondo, la Nazionale italiana quel 17 Giugno aveva vinto qualcosa di ben più importante di una Coppa del Mondo: era entrata nella leggenda del calcio e nella Storia – con la S maiuscola – di una Nazione intera.

Agostino

L’Italia dell’olio è ancora 1.0

Che le aziende italiane siano in ritardo rispetto ai competitor internazionali rispetto all’utilizzo del web e dei social media per la comunicazione istituzionale è fatto noto. Scoprire però che sono indietro anche le aziende di un settore in cui l’Italia è leader nel mondo è un dato che dovrebbe farci riflettere sui motivi di tale arretratezza e – ancor di più – sulle sue conseguenze. Il settore in questione è quello oleario non industriale, dove un’attività di comunicazione efficace è indispensabile per supportare l’alta qualità del prodotto.
Per lo studio abbiamo analizzato circa 100 fra distributori e produttori di olio d’oliva italiani e internazionali, valutando fra le altre cose presenza social, customer care e vendita online, campi in cui – come vedremo – le aziende italiane sono molto spesso indietro rispetto a quanto accade invece all’estero, ad esempio in Spagna, Stati Uniti o Sudamerica.
Partiamo dalla presenza social. I dati raccolti mostrano come all’estero quasi il 70% delle aziende del settore oleario è presente su Facebook, circa una su 3 (35%) è anche su Twitter e il 20% utilizza YouTube:In Italia tutte le percentuali scendono significativamente, con il solo Facebook utilizzato dalla metà (53%) delle aziende:Entrando nel dettaglio di Facebook, si nota in Italia il 41% delle aziende analizzate comunica ancora – erroneamente – attraverso profili personali. Una percentuale che scende addirittura al 7% per le aziende straniere, che nel 93% dei casi hanno invece ben compreso che su Facebook la conversazione aziendale va portata avanti attraverso una pagina e non un profilo.

Nel nostro Paese  siamo indietro anche per quel che riguarda la frequenza di aggiornamento. Mentre infatti all’estero il 71% delle aziende ha aggiornato la propria pagina più di due volte nell’ultimo mese, e solo il 10% non ha postato neanche un aggiornamento, in Italia neanche la metà delle aziende raggiunge questo livello di aggiornamento (siamo fermi al 48%) e più di un’azienda su 5 (21%) è completamente ferma da almeno un mese.Anche rispetto all’utilizzo di un corporate blog le aziende italiane del settore oleario si mostrano più restie ad aprirsi alla comunicazione web. In Italia infatti solo l’11% delle aziende analizzate ha un blog, mentre all’estero quasi un’azienda su 3 (30%) sceglie di comunicare con i propri clienti anche attraverso un blog aziendale.

Unico spiraglio di luce è l’adozione di Skype come canale di customer care, adottato dal 13% delle aziende italiane contro l’8% di quelle straniere. Ma si tratta di un margine non particolarmente largo, oltretutto su un canale in generale poco utilizzato (11% in totale).
Niente di sufficiente per ritenersi soddisfatti insomma, e infatti torniamo indietro nell’ultimo parametro considerato, quello relativo alla vendita diretta online sul proprio sito web. Come si nota dai grafici, solo il 23% dei produttori di olio d’oliva italiani analizzati vende anche direttamente i prodotti sul proprio sito web, mentre all’estero questo canale di vendita è molto più diffuso (43%).

Tutto questo elenco di dati, che mostra come in Italia ci sia ancora tanto da lavorare per raggiungere le aziende straniere in chiave web e social, ha ovviamente conseguenze non solo sulla brand image, ma anche probabilmente sulle vendite. Non ci credete? Allora dovreste sapere, ad esempio, che negli Stati Uniti la quota di mercato italiana è in costante diminuzione negli ultimi 10 anni e fra 2010 e 2011 ha perso l’11,3%. In un mercato ai massimi storici di importazione per quel che riguarda l’olio d’oliva si tratta di un calo preoccupante. L’inversione di tendenza dovrà necessariamente passare anche attraverso una digitalizzazione delle nostre aziende per raggiungere – e, perché no, superare – il livello già acquisito in altri Paesi.

Agostino

Guestbook. Intervista a Pierfrancesco Li Donni

L’ospite di oggi è Pierfrancesco Li Donni, giovane e talentuoso regista palermitano, autore del lungometraggio Il secondo tempo, un documentario sulle stragi di Palermo che videro coinvolti i giudici Falcone e Borsellino. Il film è prodotto da Emma Film e Own Air. Un montaggio di contenuti extra è stato presentato ieri sera a Torino per la Biennale sulla legalità. Pubblichiamo questa intervista per celebrare il ventennale della morte di Falcone che ricorre oggi, la testimonianza di Piero e le sue note di regia, sono a nostro avviso un modo concreto di ricordare e riflettere sull’accaduto.

Cosa ti ha spinto ad approfondire e scegliere come soggetto cinematografico del tuo film gli agguati a Falcone e Borsellino?

Ho sempre pensato di fare il mio primo film a Palermo, la città in cui sono nato, farlo era come un ritorno alle origini, un tributo ai luoghi dell’anima, alla sua gente, alla sua storia: fare un film su Palermo non significa per forza parlare di mafia e di antimafia, ma volevo fare anche un film su quello che da bambino e adolescente avevo vissuto. Crescere nella Palermo degli anni novanta ha dato a tanti ragazzi della mia generazione la possibilità di vivere in una città in perenne cambiamento e questo cambiamento è stato possibile grazie al sacrificio di due grandi figure, quella di Giovanni Falcone e di Paolo Borsellino. Mi porto nel cuore il ricordo di quegli anni, le mobilitazioni, la rinascita del centro storico, la gioia di vivere una città che non era più una città di morte, che andava riscoprendo se stessa e i suoi vicoli. Palermo era un laboratorio politico, nel senso più nobile del termine. Ho sentito il bisogno di raccontare all’Italia e ricordare ai miei concittadini quello che Palermo e la sua gente  era stata capace di fare dopo le bombe del 1992, ma ho sentito anche il bisogno di raccontare la mia amarezza per una città che stava lentamente dimenticandosi di quegli anni. Lo vedevo nella quotidianità, nei riti stanchi delle commemorazioni, nei comportamenti di tutti i giorni. Per questo il film si chiama “Il Secondo Tempo”, perché è un film su una città che avrebbe potuto essere e non è stata. “Il Secondo Tempo” può essere un punto di non ritorno, ma anche “il cosa si fa” quando finisce un’emergenza democratica e ricomincia la quotidianità.

Ne Il secondo tempo è centrale il ruolo del cantastorie, Salvo, quale affinità tra questi storici personaggi della tradizione orale siciliana e il tuo ruolo di regista?

Quando ho incominciato a pensare a questo film non sapevo bene cosa avrei raccontato, ma sapevo benissimo cosa avrei escluso dal racconto. Volevo uscire da un’idea stereotipata di città fatta di mercati, coppole e marranzano , ma era necessario ricominciare dalla storia profonda della città e dall’atavica contrapposizione tra ricchi e poveri, tra padroni e sottomessi: per farlo avevo bisogno  di trovare una figura di raccordo, capace di spiegare storie antiche, ma soprattutto di inserirsi nel racconto della contemporaneità. La figura di Salvo si sviluppa partendo da queste considerazioni, e  in un film fatto di emozioni e protagonisti terreni, Salvo diventa una figura onirica, coscienza collettiva della città e presente.

Nel film ricostruisci i fatti del ’92 alternando nel montaggio filmati di repertorio e scorci della Palermo di oggi. Qual è la tua percezione di cambiamento? Quale la valenza delle giovani generazioni che hai deciso di inserire in alcuni passaggi del tuo film?

Ringrazio innanzitutto Fabio Lanfranca per avermi dato l’opportunità di utilizzare le immagini d’archivio del suo “1992: Forse non è mai accaduto”, detto ciò, credo che Palermo abbia conosciuto momenti migliori di questo, ma sicuramente un cambiamento c’è stato; c’è un’immagine nel film d’archivio, che vedendo e rivedendo mi continua a colpire, ed è quella di una signora che a un certo punto, a una commemorazione, qualche settimane dopo l’attentato a Falcone grida al microfono “Io chiedo a questa cittadinanza non più parole emotive, ma fatti…”, ecco mi sembra che Palermo, e in generale l’Italia, abbiano il vizio di reagire sempre troppo emotivamente, senza essere consequenziali, ovvero di non saper trasformare l’emozione in fatti concreti capaci  di cristallizzarsi nel tempo.
Per quanto riguarda i ragazzi all’interno del film, avevo bisogno di raccontare una Palermo vera, senza sovrastrutture, la Palermo di chi la vive ogni giorno. La scelta dei ragazzi è in questa direzione: non c’è un giudizio su una generazione, c’è una constatazione di come una generazione, in questo caso cresciuta in periferia, viva la sua città e la viva all’interno di una sua complessità, dove  primeggiano noia, esuberanza e mancanza di punti di riferimento.

Il tuo film supera la contingenza dei fatti per ampliare la prospettiva su quelle che sono state le conseguenze, immediate e postume, generate dall’attentato ai due giudici. Le manifestazioni, il comitato dei lenzuoli, la liberazione di Palermo vecchia, una scelta che rende il tuo film diverso da quelli prodotti finora. E’ stata solo una scelta di taglio narrativo o ha un significato più profondo?

La Palermo delle stragi di mafia è stata raccontata tante volte e molto spesso sotto aspetti che questo film non ha voluto appositamente trattare: quelli della ricostruzione politica e giudiziaria. Volevo raccontare la Palermo dell’anima e delle emozioni, evitando per una volta, di dare troppo spazio, alla nomenclatura antimafia. E poi c’erano  storie affascinanti che meritavano di essere  raccontate e che in pochi conoscevano, quella del Comitato dei Lenzuoli ad esempio, o quella dei due fotografi, che mi hanno permesso di avere un approccio stilistico e narrativo più  a quello del film di finzione.

Che tipo di accoglienza e quali reazioni ti aspetti dal pubblico? 

Non lo so ancora, la fortuna di un film può dipendere da tanti fattori, credo che questo film abbia comunque una forte valenza simbolica e riesca a fotografare una Palermo invisibile e diversa da come la si immagina. Non è soltanto un film sulle stragi, ma un lavoro sullo stato di salute di una città, un viaggio nelle sue viscere e nelle sue suggestioni. Sono sicuro che il pubblico saprà apprezzare questo sforzo, il mio desiderio comunque, è quello di portare in giro il più possibile questa storia, che un po’ è anche la mia.

Agostino

Il genocidio lento della disoccupazione

“Disoccupato in affitto” è un viaggio alla ricerca di un futuro possibile, una messa in scena della precarietà odierna. Quell’essere quotidianamente in bilico, che non coinvolge esclusivamente le fasce giovani ma anche chi è alla soglia della tanto desiderata pensione.
“Disoccupato in affitto”  è un viaggio, che nasce con la voglia di “trovare il domani” provocando una reazione in chi si sofferma a guardare, leggere, discutere o finge di non voler sapere.
“Disoccupato in affitto” è un viaggio, alla ricerca della verità (in caso ce ne fosse una) sul lavoro che a tanti manca e ad altri non soddisfa.
Un documentario sociale, i cui pregi non sono certo la realizzazione tecnica o l’interpretazione, ma la semplicità di mostrare la percezione nazionale di una tematica spesso strumentalizzata dai mass media. L’uomo sandwich (Mereu), attore per un giorno ma disoccupato da tanto, gira in lungo e il largo l’Italia seguito da una camera a “spalla” (Merloni) cercando di smuovere la proprio situazione lavorativa. Un percorso, senza nessuna connessione logico/geografica, che mostra come l’uomo sandwich possa passare da un semplice supporto di marketing a presa di coscienza. Un supporto che è la solita via di fuga del singolo, visto che il protagonista non troverà nessun lavoro, ma un “aprire gli occhi” alla collettività. Da oggi, in sala (Distribuzione Indipendente) e online (Own Air), il disoccupato in affitto potrebbe essere ognuno di noi.

Alfredo

Tempi tecnici

Dopo anni di pressapochismo partitico e superficialità politica, siamo finiti nelle mani di un governo tecnico. Le evidenze degli ultimi tempi stanno a dimostrare però che, per quanto competenti, resta difficile anche per loro offrire le soluzioni e soprattutto le innovazioni (nei metodi, nelle proposte, nella sostanza) di cui necessitiamo.
E i tecnici, finiscono così per apparire sempre più distanti e incomprensibili.
Dopo anni di advertising trionfante di modelle e sportivi (li definirei testimonial tecnici), sono stato colpito in questi giorni da due campagne pubblicitarie i cui protagonisti sono persone comuni, tecnici solo per circostanza e non naturalmente tali, che risultano vicine, accessibili, immedesimabili.
Sarebbe interessante conoscere l’impatto di queste campagne sui fatturati (e la reputazione) delle due aziende e immaginare, magari, che a condurre il Paese nei meandri della crisi possa essere opportunamente un autista. Perché no?

Il tempo non perdona
500 375 Agostino

Il tempo non perdona

27 gennaio 1945. Le truppe dell’Armata Rossa entrano ad Auschwitz. 55 anni dopo, quel giorno in Italia – che pure ha avuto i suoi morti, che pure ha avuto i suoi torti – diventa sacro alla memoria. Dei sommersi come dei salvati. Di chi in quel campo – in tutti quei campi – ci è bruciato per sempre. Di chi ci ha perso l’anima. Di chi l’ha vista farsi fumo nero, o mucchio d’ossa. 27 gennaio. Un giorno freddo, che nonostante le parole spese, le scuse offerte, i libri scritti e i film girati non potrà mai rendere la privazione. Del sole, che pure è di tutti. Della dignità, che meritano tutti. Della vita, che dovrebbe avere lo stesso valore. Per tutti. Ecco perché oggi sentiamo un po’ più freddo. Le parole sembrano trite. Le immagini (vere) materiali di archivio. E se scavando nei ricordi proprio non troviamo niente, perché quei fatti li abbiamo solo sentiti o visti con mille filtri, resta il tempo a ricordarci le colpe. Se non le nostre, di chi c’era per noi. Per aver permesso che – settant’anni fa – qualcosa di terribile avvenisse. Per aver finto – per anni – che non fosse mai successo. Per aver cercato di esorcizzarlo, quasi fino a riuscirci.

150 150 Agostino

Guestbook. Intervista a Ilaria Petitto

Ieri, per il terzo appuntamento con Italian Jobs, abbiamo intervistato Ilaria Petitto che ci ha presentato la sua azienda, Donnachiara. Nel corso dell’intervista sono emersi tanti spunti interessanti, dalle specificità del settore vitivinicolo alle peculiarità del territorio campano per fare impresa, dall’utilizzo del web all’ingresso in nuovi mercati fino ai consigli di Ilaria per i giovani imprenditori desiderosi di avviare una propria start-up. Nel video vi proponiamo la versione integrale dell’intervista. Aspettiamo i vostri commenti, mentre per qualsiasi segnalazione o approfondimento relativo a Italian Jobs basta inviarci una mail.

Italian Jobs, oggi la diretta con Donnachiara
231 154 Agostino

Italian Jobs, oggi la diretta con Donnachiara

Torna oggi Italian Jobs – Il bello di fare impresa in Italia con il terzo appuntamento del ciclo di incontri. A partire dalle 12 potrete seguire la diretta streaming durante al quale vi presenteremo Donnachiara.
Ilaria Petitto ci racconterà la storia di una passione di famiglia, legata a splendidi vigneti di proprietà sin dall’800 ed alla cantina vinicola, piccolo gioiello di forme e sostanza la cui produzione si attesta intorno oggi intorno alle 200.000 bottiglie, fra D.O.C.G. come Fiano di Avellino, Greco di Tufo e Taurasi, Aglianico D.O.C e Aglianico I.G.T.
Per seguire la diretta vi basterà collegarvi alla nostra pagina Facebook, attraverso la quale potrete guardare il video e contemporaneamente inviarci dalla chat le vostre domande live.
Vi aspettiamo, non mancate.