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1024 682 Michele

Parity Rate Addio: Chi Ci Guadagna?

Lo scorso 2 agosto, grazie al voto finale del Senato, è terminato l’iter iniziato nel 2015 e viene approvato il DDL Concorrenza. La clausola della parità tariffaria è ufficialmente passata a miglior vita nel nostro Paese. Cos’era la Parity Rate? Citando l’emendamento:

È nullo ogni patto con il quale l’impresa turistico-ricettiva si obbliga a non praticare alla clientela finale, con qualsiasi modalità e qualsiasi strumento, prezzi, termini e ogni altra condizione che siano migliorativi rispetto a quelli praticati dalla stessa impresa per il tramite di soggetti terzi, indipendentemente dalla legge regolatrice del contratto.”

In sostanza, era vietato per qualsiasi albergo offrire una tariffa più vantaggiosa per il cliente finale rispetto a quelle riportate sui siti delle OTA (Online Travel Agency) come Booking o Expedia.
C’è da aspettarsi una grande rivoluzione? Un abbassamento generale dei prezzi? Oppure lo scatenarsi di una guerra dei prezzi che porterà a una riduzione della qualità del soggiorno?
Probabilmente nessuna delle tre ipotesi. Vediamo insieme il perché.

Cosa offrono le OTA alle strutture ricettive?

Non sono semplici intermediari, dato che questi portali offrono una visibilità mondiale a qualsiasi struttura a prescindere dalle loro dimensioni, quindi sono uno strumento di marketing importantissimo. In cambio, per ogni prenotazione effettuata tramite il loro canale, l’albergatore dovrà pagare una commissione, solitamente del 20%. Nell’epoca della parity rate, il prezzo per la stessa tipologia di camere sul sito dell’albergatore non poteva essere minore rispetto a quello mostrato sul canale di distribuzione delle OTA. Ora che questa clausola non esiste più, la prima cosa che ci viene da pensare è che adesso gli albergatori ridurranno il prezzo sul loro sito. D’altronde, con una prenotazione diretta, non devono sostenere le spese di commissione e quindi hanno un margine del 20% da giostrare: niente di più facile, sembrerebbe.
In realtà non è così facile, soprattutto per le realtà di piccole e medie dimensioni. Legalmente non sono più tenute a tenere il prezzo uguale rispetto a Booking ma cosa succede nei fatti se abbassano questo prezzo ? La disparità viene notata subito da Booking e la scheda dell’albergo in questione viene penalizzata in visibilità e gettata nel limbo delle ultime pagine.
C’è un modo di dire moderno che recita “il miglior posto per nascondere un cadavere è pagina 2 di Google” e lo stesso vale anche per le Booking.

Tirando le somme, per poter avere una disintermediazione dalle OTA efficiente, non basta giocare sul prezzo, bisogna investire nella visibilità, bisogna avere un sito funzionale e aggiornato, bisogna investire su pubblicità online, c’è bisogno di una forte presenza sui social, si deve cercare di fidelizzare i clienti e bisogna avere una piattaforma di prenotazione funzionante all’interno del sito.
Per molte realtà alberghiere italiane, un tale investimento non conviene quando possono lasciar far tutto alle OTA in cambio della commissione. Potrebbe cambiare qualcosa con le grandi catene alberghiere ma, in mia opinione, non cambierà molto dato che in queste realtà si ha a che fare con una buona percentuale della clientela già fidelizzata e, solitamente, chi cerca e dà valore al brand già precedentemente prenotava direttamente sul sito, mentre chi cerca sulle OTA è tendenzialmente più sensibile al prezzo che al brand.

Menzione speciale per Trivago, motore di ricerca che confronta i prezzi delle camere d’albergo controllando sia il sito di proprietà sia i siti delle OTA, che potrebbe vedere aumentare i volumi di traffico sul suo sito e quindi diventare il grande vincitore di questo provvedimento.

Agostino

Percorsi che germogliano. Intervista a Tommaso Radice

Intervista a Tommaso RadiceLo abbiamo conosciuto ad una cena organizzata a Eataly di Roma, per il nostro cliente Istituto Pasteur. Tema della serata: finanziare il rientro di un ricercatore italiano dall’estero. Una consuetudine molto costosa, quella dei talenti all’estero, per tutti. Non solo umanamente, ma anche socialmente e economicamente: circa 40.000€ a ricercatore o altro professionista, dice un recente studio di Page Personnel.

Durante la serata, si è presentato raccontando i suoi prodotti, i germogli, e la sua storia. La storia di un rientro voluto e di una sfida, alle abitudini, e a sé stesso prima di tutto.

Abbiamo voluto farci una chiacchierata, per le tante suggestioni della sua vicenda, per il tema di fare impresa in Italia che già trattammo con Italian Jobs, per la coerenza con il tema della serata, per quel pizzico di follia che a volte è necessaria per le scelte che sentiamo giuste.
Lui si chiama Tommaso Radice, nomen omen, sotto vari punti di vista…

Ciao Tommaso e benvenuto in Estrogeni. Partiamo dall’inizio: cosa cercavi e cosa hai trovato nella tua esperienza all’estero? Sei stato costretto a cercare lavoro fuori dall’Italia, o è stata una tua libera scelta?

Lavorare all’estero era una esperienza che avevo sempre voluto fare. Dalla famiglia (mia madre ha vissuto a lungo in Argentina), allo studio delle lingue, ai lavori d’estate all’estero – ho fatto l’elettricista, l’operaio, l’animatore – ho sempre visto come un arricchimento enorme la possibilità di vivere a lungo termine in altri paesi. Quando nel 2003, dopo essermi laureato in Ingegneria meccanica, si presentò l’opportunità di lavorare per la Toyota a Bruxelles non ebbi dubbi, e partii per una esperienza che sarebbe durata molti anni. Tuttavia avevo sempre pensato che prima o poi sarei tornato. Credo di aver ricevuto qualcosa, dai miei genitori, dall’università, dalla comunità nel suo insieme, e questo senso di gratitudine mi ha sempre dato il desiderio di tornare e partecipare alla vita del paese.

Dopo diversi anni di lavoro in Toyota, ad inizio 2008 scegli di dimetterti, senza nel frattempo aver trovato un altro lavoro, e nonostante ti si prospettasse una carriera importante. Perché? E come si fa a lasciare un lavoro per nulla?

Toyota era per me un punto di arrivo. Nei miei desideri c’era sempre stato di lavorare per una grande multinazionale. Lavoravo molto, ma non era quello il problema. Successe che ad un certo punto immaginai me stesso molti anni dopo, sempre in quella realtà. E capii che non andava bene per me, che sarei stato infelice. Questa sensazione fu rafforzata dal fatto che accennando i miei dubbi ad alcuni colleghi, nessuno sembrava avere quel tipo di sensazioni. Inoltre stava nascendo in me un senso di sfida. Leggevo le biografie dei grandi imprenditori, e mi chiedevo: ma come fanno queste persone che dal nulla creano delle realtà con centinaia, migliaia di dipendenti? Inoltre, nella mia famiglia, nel ramo materno, ci sono stati molti creativi, e sentivo che la mia creatività era troppo soffocata. Alla fine ebbi due suggestioni decisive: mi immaginai i tanti benefit che mi promettevano in azienda come delle sanguisughe che mi succhiavano linfa vitale;  e rilessi le parole che Dante dedica a Catone nel primo canto del purgatorio: libertà va cercando, ch’è sì cara, come sa chi per lei vita rifiuta. Non ebbi più dubbi: avrei trovato in qualche modo le risorse per cambiare vita.

Nella tua scelta hanno influito testi sul downshifting? Ad esempio Adesso Basta di Simone Perotti, per citare un libro che ho letto personalmente?

Ancora prima che dal downshifting, sono sempre stato affascinato dal tema della permeabilità delle persone agli ambienti che li circondano, e, all’opposto, dai temi della determinazione e della volontà individuale nel seguire i propri percorsi. Tra i tanti libri che mi hanno influenzato, citerei Le vite parallele di Plutarco, Winning di Jack Welch (ex CEO General Electric), l’autobiografia di Martin Luther King, e Un mondo senza povertà di  Muhammad Yunus.

Dopo altri due anni e altre esperienze, sia lavorative che personali, il rientro in Italia nel 2010. Che cosa è successo allora? Il paese, l’Italia, ti ha aiutato nel tuo progetto di imprenditore, o magari invece ostacolato?

In quei due anni ho approfondito molto la conoscenza di me stesso, praticando meditazione anche in centri internazionali, e cominciando a lavorare, per conoscenze proprio nei centri di meditazione, per una ditta di import ed export di prodotti biologici. In quel periodo non mi interessava il lavoro, sarei stato disposto anche a fare il cameriere, ma naturalmente colsi quella opportunità, che fu la porta di ingresso per il mondo dell’agricoltura e del biologico. Fu in quell’ambito che venni a conoscenza dei germogli e dei crudi, e pensai – però, non esiste solo la pasta col pomodoro! – Ride ndr – Alla fine, tornato in Italia, mi dissi che era ora di “quagliare”. L’idea di diventare un produttore di germogli c’era ormai da un po’ di tempo, ma in quel momento divenne concreta. Devo dire che l’agroalimentare in Italia è molto ben strutturato, ci sono le competenze, le attrezzature, le agevolazioni. Il “sistema Italia” mi ha aiutato, e non ho avuto scogli burocratici. Ma credo che sia appunto una esperienza molto legata al mio settore. Inoltre, in generale il brand Italia sui prodotti agricoli è davvero forte. L’unico ambito in cui mi sono sentito penalizzato è quello dei finanziamenti: i tempi sono troppo lunghi, per me è stato necessario autofinanziarmi completamente.

Come vanno oggi le cose? Sei soddisfatto delle tue attività, e che prospettive future hai?

Oggi mi occupo di tutto: sono produttore, distributore, seguo il marketing e il post vendita. Ho accordi e contatti con negozi bio e ristoranti. Il sabato mattina spesso presento i prodotti nei negozi, parlo con le persone, racconto le virtù benefiche dei prodotti e propongo ricette. Per ora copro le spese o poco più, anche se l’attività sta crescendo, e tutto il settore bio, vegan, e salutare sta crescendo. Ma in ogni caso sono già ora soddisfatto, e sono felice. Se ho un’idea non ne chiedo conto a nessuno, la sviluppo vagliandone tutti gli aspetti. Ad esempio, ho in mente prima o poi uno spin off artistico culturale di Germogli. Ci vorrà del tempo, anche perché per ora sono un’impresa individuale. Comunque, se qualcuno venisse da me e mi dicesse lascio tutto, voglio far parte del tuo progetto non ci penserei troppo e lo assumerei – sorride ndr

Un ‘ultima domanda: da imprenditore, come vedi, in generale, l’Italia? Stiamo davvero uscendo dalla crisi?

Vedo una grande demotivazione, avremmo bisogno di corsi di yoga di massa! – Ride ndr – Vedo anche tanti che si lamentano, a cui vorrei dire: cambiate, rischiate, apritevi alle opportunità. In ogni crisi ce ne sono. E sui ricercatori, e tutti quelli che partono: che vadano pure, si arricchiscano, ma poi creiamo qui le condizioni per farli tornare, e diamo credito al merito! Penso proprio che questa sia la strada, facciamo tornare tante persone capaci che sono all’estero, dandogli delle serie opportunità di lavorare e progettare.

Grazie Tommaso, in bocca al lupo e a risentirci presto!

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800 600 Agostino

Buon 2014, buon marketing, forza Alfa

Ed eccoci nel 2014. Nuovo anno, nuovo marketing, nuovi spunti e considerazioni sparse.

Partiamo da questo articolo. Contiene un’intervista all’Head Brand Alfa Romeo per l’Europa, sulle prospettive per il 2014 del marchio. Che impressione ne avete? Che tutto sommato andrà benone, no? Non è proprio così, purtroppo.

Ho la fortuna (e anche un po’ il merito, via) di lavorare nel marketing, e sono un appassionato del settore automobilistico, su cui mi tengo costantemente informato. Tra l’altro l’Alfa Romeo a noi di Estrogeni piace proprio, ne parlavamo anche qui, con una provocazione tra il serio e il faceto. In breve, ho a disposizione tutte le chiavi interpretative per “decrittare” le ottimistiche e apparentemente semplici risposte fornite.

Eccovi quindi le mie traduzioni.

ORIGINALE “Il 2014 vedrà di nuovo Alfa Romeo protagonista. In primis con il lancio del Alfa Romeo 4C negli Stati Uniti. ……… Ma i valori di Alfa Romeo, leggerezza ed efficienza, dinamicità, tecnologia e stile, …….., si esprimeranno anche con le nuove Mito e Giulietta Quadrifoglio Verde che presenteremo al salone di Ginevra.”

TRADUZIONE “Nel 2014 non ci sarà nessun nuovo modello Alfa Romeo. Ci saranno aggiornamenti tecnici, e verrà aperto il mercato americano. Ma per i nuovi modelli, prima del 2015 nisba.”

O. “Il 2014 crediamo possa segnare una sostanziale conferma dei numeri dell’Industry a livello europeo, quindi la vera ripresa la vediamo più avanti, dal 2015. Come Alfa Romeo ci aspettiamo di muovere su valori non troppo distanti da quelli di quest’anno.”

T. “Dato che non lanceremo nessun nuovo modello, nel 2014 non potremo che fare un 10-20% in meno del 2013, per via dell’invecchiamento dei modelli esistenti. Incrociamo le dita per il 2015”.

O. “Sicurezza e tecnologia, quali novità porterete nel 2014?” “Nel 2014 il nostro cambio doppia frizione a secco, TCT, sarà disponibile su nuove versioni.”

T. “Sicurezza e tecnologia, quali novità porterete nel 2014?” “Sostanzialmente nessuna”.

Sorprendente, no?

Vengo al dunque di questa mia breve riflessione. I miei auguri per il 2014 sono per un marketing che non abbia più paura di dire la verità prescindendo dal prodotto, e che sappia al tempo stessa renderla sempre più bella (la narrazione veritiera del prodotto), specie attraverso le infinite risorse creative e partecipative che il digitale mette a disposizione.

E per l’Alfa nello specifico: che il 2014 sia un trampolino per un 2015 finalmente alla conquista del mondo, e che nelle sue passioni (suscitate) e nel suo stile sia la metafora di un’Italia che la smette di nascondersi dietro le parole, e alla fine si rialza e riparte alla grande.

Agostino

Una nuova partenza

Sono calabrese di madre, campana di padre e me ne vanto. Dentro di me, un amore profondo per le mie radici ma al tempo stesso la piena consapevolezza di essere affezionata a dei luoghi che non avrebbero permesso la mia realizzazione professionale (e di lì a seguire, altro ancora).
Finché ho scoperto “Estrogenigroup”, il sud che si è spostato un po’ più a nord. Una squadra di ragazzi semplici e sorridenti, terroni e non :), che sono diventati colleghi di lavoro e, come si dice, compagni d’avventura. Soprattutto, ho scoperto Estrogeni, un’agenzia di comunicazione che fa ed è tanto di più: un’opportunità in un momento storico in cui le opportunità sono poche, una scuola vera in anni in cui la scuola stessa ha smesso di insegnare e ancora, per una neolaureata come me, una grande certezza in un’epoca in cui nel nostro Paese, le speranze, non le certezze, si sono spostate all’estero. Sono felice di essere qui, mi è stata data fiducia, mi auguro di riuscire a ripagarla tutta.
Per quanto riguarda il mio carattere, mi piace definirmi uno spirito libero, ho bisogno del movimento in me e intorno a me, di conoscere persone nuove, ascoltare storie, aggregare la gente, si tratti di parenti, amici, conoscenti o sconosciuti. Mi piace creare occasioni di festa. Mi piace ridere, far ridere e prendere in giro le persone: “mi piglio subit a cunfidenz” (con chi posso).
Concludo con due righe su un piccolo desiderio: vorrei diventare più grande e più forte qui, vorrei condividessimo insieme sfide, tensioni, stati d’animo contrastanti, quelli che rendono i successi ancor più speciali e far parte, un giorno, del vostro album di ricordi, quei ricordi che quando balzano alla mente fanno sorridere sempre.

Agostino

Occhio non vede

Il governo australiano ha annunciato di recente un piano per limitare le pubblicità di scommesse sportive e gioco d’azzardo durante le trasmissioni degli eventi sportivi in tv. Nel dettaglio, “saranno vietate pubblicità sulle scommesse live durante gli eventi sportivi, da quando i giocatori entrano in campo a quando lasciano il campo, mentre le pubblicità riguardanti il gioco d’azzardo in generale, quindi non quelle relative direttamente alle scommesse su quel determinato evento sportivo, potranno andare in onda solo prima e dopo la trasmissione della partita, e durante i momenti in cui il gioco è in pausa, come gli intervalli tra un tempo e l’altro. Inoltre sarà vietato citare e trasmettere in sovrimpressione i banner e i loghi di sponsorizzazione di società che si occupano di gioco d’azzardo.”
La cosa mi ha fatto tornare in mente l’intervento di Laura Boldrini di qualche settimana fa, quando il Presidente della Camera ha accusato il mondo della pubblicità italiana di essere fra i responsabili dell’emergenza violenza sulle donne.
Perché collego le due cose? Perché in entrambi i casi credo che si cerchi di accusare la pubblicità per pulirsi in qualche modo la coscienza, e non andare a fondo nel problema. Se la patologia del gioco d’azzardo è diventato un problema sociale, in Australia come in altri Paesi del mondo, non è certo colpa della pubblicità, che viene semmai in un secondo momento, ma forse di chi ha deciso di legalizzare scommesse, video poker e via dicendo. Allo stesso modo, non si può accusare la pubblicità di essere responsabile di un problema grande come la violenza sulle donne, quando contemporaneamente non solo non si riesce ad approvare una legge efficace contro la violenza di genere (e l’omofobia, già che ci siamo) ma metà del nostro Paese sceglie deliberatamente da un paio di decenni di consegnarsi nelle mani di una persona che tratta le donne come merce, senza neanche nasconderlo e anzi, facendosene vanto.
Mi sembra quindi che quando non si vuole intervenire alla radice di questi problemi si provi ad applicare il classico “occhio non vede, cuore non duole”, nascondendo la ludopatia e la violenza sulle donne sotto il tappeto, per non guardarle direttamente in faccia. Ma quando i problemi spariranno dalla tv e resteranno per le strade, senza avere più il capro espiatorio della pubblicità, quale sarà la risposta della politica?

Agostino

Cuori in fuga

In un Paese estenuato dall’uso della metafora dei cervelli in fuga, non vogliamo dir nulla sui cuori in fuga?
Ingrid e Lorenza devono aver pensato qualcosa del genere prima di dar vita a Lei disse sì, un blog visitato da migliaia di utenti, con annessa pagina Facebook da 2.425 Like, che dà finalmente visibilità agli emigranti con il bouquet in valigia.
In molti ormai conoscono la storia del loro blog; la storia di due ragazze che si amano e che nel giorno del prossimo solstizio d’estate, pronunceranno il fatidico “sì, lo voglio”.
Non in Italia, si intende, ma in Svezia dove è originaria parte della famiglia di Ingrid e dove sono riconosciuti i matrimoni tra persone dello stesso sesso.
Vorrei parlare del blog di Ingrid e Lorenza in questo spazio, perché Lei disse sì utilizza uno stile comunicativo tale da renderlo un inconfondibile contributo nella lotta per il riconoscimento delle relazioni omosessuali e una breccia scintillante nel muro di’invisibilità che soffoca il lesbismo in Italia.
Lei disse sì è vivo di una collezione di video-blog, che sono pillole di quotidianità nella lunga lista di preparativi che precedono il matrimonio, dalle fedi alla scelta del menù, dagli abiti da sposa alla burocrazia.
Le future spose ci introducono ai loro amici e parenti, ci rendono familiari i loro spazi e le loro abitudini e senza mai nominare il NO sospeso sulla loro testa entro i confini nazionali, ci spingono a riflettere, quasi senza volerlo, sull’effetto dei ruoli di genere, sull’assenza delle lesbiche nell’immaginario italiano, sulle parole pronunciate da rappresentanti del potere temporale e spirituale.
Raccontando con stile fresco e solare la naturalità dei mille gesti quotidiani che condividono due persone innamorate, Ingrid e Lorenza fanno evaporare la fitta nebbia di invisibilità che assegna loro la nostra società, si prendono il loro legittimo spazio nel mondo, come se non gli fosse mai stato negato.
Se è vero che il Come dice il Cosa, il loro stile racconta una rivoluzione piena di gioia di vivere e assolutamente da imitare.

Agostino

Riprendere Berlino

Il nostro viaggio è iniziato con le quasi due ore di ritardo del volo da Fiumicino, è terminato con l’arrivo allo stesso aeroporto dove dopo le 23,30 è già impossibile raggiungere il centro città con il treno. Roma, Italia, 2013.
In mezzo, una città in cui l’attesa media di una metro o di un treno urbano è di 2 minuti. In cui i trasporti funzionano fino a orari consoni a evitare che i turisti vengano abbandonati a loro stessi lontano dal centro cittadino. Una città in cui con 7 euro è possibile acquistare un ticket giornaliero per viaggi illimitati su qualsiasi mezzo, incluso il treno per l’aeroporto (contro gli 8 euro necessari per il solo viaggio Roma centro-Aeroporto), il tutto con un servizio che ti consente di spostarti da un monumento all’altro velocemente riuscendo a visitare anche tre zone distanti fra loro in metà pomeriggio.
Lo stereotipo di una città che funziona, paragonato alla capitale del disservizio, uno stereotipo che diventa realtà concreta come ogni volta che si mette il piede fuori dall’Italia per raggiungere un Paese diversamente civile.
Ma Berlino non è solo questo. È anche la città dove tre italiani in Germania si possono trovare a mangiare cibo inglese nel quartiere turco serviti da un neozelandese, senza che questo sembri minimamente innaturale. È la città dove passeggi nei luoghi in cui si è fatta la storia (nel bene e nel male) e ti imbarazzi nel paragonare come viene trattato quanto successo negli anni ’30 e ’40  qui e in Italia. È la capitale in cui i politici sono ospitati dentro un grande palazzo di vetro (letteralmente), dove è quasi tutto completamente trasparente e visibile dall’esterno, riunioni delle commissioni comprese.
Per noi, Berlino è anche – e soprattutto – la città di un cliente che stiamo accompagnando da quasi un anno, con orgoglio e soddisfazione particolari, anche visto il settore inusuale rispetto a quelli che compongono il nostro core business.
La speranza è di avere altre occasioni di incontro e che il prossimo post riesca a contenere anche qualche similitudine, oltre a tante differenze.

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469 650 Agostino

Vota Antonio, vota Antonio

Pensavo di scrivere un post sul rientro e alla fine, sarà forse il periodo, ne è uscito un post politico. Nel senso di polis, nel senso di quello ha a che fare con il mondo che ci circonda. Ma quando hai un figlio, l’ho sperimentato, non puoi ignorare più nulla di quello che ti sta intorno, non c’è più nulla di cui tu possa dire non mi interessa, non mi riguarda.
Il mio ultimo post prima della maternità risale al 22 maggio. I miei post durante la maternità sono quelli delle interviste a chi ha cambiato vita creando impresa. Da qualche settimana, dopo sette mesi e mezzo, ritorno al lavoro. Part time, per il momento.
No, non sono stata lontana dall’ufficio. Le visite ad Estrogeni non sono mancate.
Sempre in due, Anto (per gli amici Ciccetto) ed io.
Ma oggi è diverso. Oggi si ricomincia. Antonio a casa con la sua tata. Io qui in ufficio.
Cose da raccontare ce ne sono tante. Cosa sono stati questi mesi, cosa è accaduto in me e come è cambiato il mio sguardo sulla realtà.
Come sia diverso essere oggi qui, dove ci sono meno persone e volti nuovi. Nuovi progetti e clienti di ritorno.
Ma partiamo dal principio.
Le sette donne del corso preparto, sono diventate cinque amiche.
Non ci incontriamo più al consultorio, ma nelle nostre case, a sancire un’intimità che ha aperto le porte della nostra quotidianità.
Dopo la sanità che funziona ho sperimentato, ahimè, quella delle istituzioni cieche. E dei politici miopi.
Se scendessi in politica (e prima o poi toccherà farlo) riformerei i congedi di maternità.
Oltre a pensare che il tre sia un numero amato per il simbolismo cattolico, mi riesce davvero difficile immaginare la logica di chi propone un rientro al lavoro in quel periodo magico che è lo svezzamento.
Chiederei a chi fa progetti per i disabili perché non pensa (commercialmente) di sostituire la parola con infanzia. Sarebbe più facile ragionare su accessi per i passeggini piuttosto che carrozzine e ne guadagneremmo tutti in civiltà.
Ripenserei gli spazi pubblici. I luoghi in cui le mamme possano ritrovarsi d’inverno. Obbligherei farmacie, negozi, bar ristoranti e tutti coloro che godono di licenze pubbliche a dotarsi di rampe d’accesso e di aree per il cambio. Pulite. Obbligherei i pediatri di base a corsi di aggiornamento veri e concreti. A visite ai consultori, alla lettura di testi moderni. Valorizzerei e premierei i pediatri illuminati e i tanti consultori che lavoro efficacemente. Nell’ombra. Sistemerei i bus, togliendo le sbarre tra le porte di ingresso e aggiungendo scivoli a facilitare l’accesso dei passeggeri. Incentiverei la frequentazione dei parchi pubblici inserendo fontane di acqua potabile. Chiederei più cinema con spazi baby. Proporrei ai negozianti di non fare chiusura in pausa pranzo: quelle due ore in cui i bimbi dormono, l’aria è più calda e gli acquisti favoriti. E ricorderei a tutti che, noi mamme, siamo preziosi decisori d’acquisto e disponibili acquirenti. Implementerei tutti i servizi di condivisione di tate, babysitter, doula. Promuoverei gli asili nido aziendali per le mamme che lo desiderano.
Per il resto, raccomanderei ad ogni donna di fare un figlio finché ne ha forza e alle aziende di assumere donne perché la maternità è un plus e non un minus.
E intanto, domenica si vota. Speriamo che sia femmina.

Alfredo

Nostalgia di un insuccesso

Con una parafrasi calcistica, non si è mai vista una squadra sfortunata vincere qualcosa (per dire che alla fine dei conti servono sempre entrambe, la bravura e la fortuna).
È da quando, ieri pomeriggio, Alessandro mi ha scritto queste due righe che penso e ripenso. Alla Roma di Eriksson, alla Juve di Ancelotti ma anche all’Inter di Simoni. E a Italian Jobs, perché di questo stavamo discutendo.
Della fortuna che abbiamo portato alle tre aziende che abbiamo ospitato (SpinVector, Mangatar, Donna Chiara), della sfortuna che abbiamo avuto nel non coinvolgere adeguatamente gli utenti su questa iniziativa. Noi parlavamo ma loro non ascoltavano, quindi non c’era condivisione, non c’era partecipazione, non c’era dialogo e insomma, non era né orizzontale né web (anche se, purtroppo, molto spesso viene da pensare che il web non sia più web da un bel po’ ma questo è un altro pensiero e un altro post).
Non si può sempre vincere e, quando si perde, non è mai colpa esclusivamente dell’avversario o dell’arbitro o della pioggia. C’è molto di tuo, spesso tutto. Però, che bello sarebbe rigiocarsela.
Ma Graziani ormai sta solo in tv, Zidane esce pazzo con Mourinho e Ronaldo fa il fenomeno a tavola…

Daniela

Italia, impresa diretta

Come spesso capita, tutto nasce da uno spunto, un’esigenza, un’emozione, da una quotidianità che, per me, mai come adesso, è creatività pura.
La nascita di un figlio ti scombussola e sconvolge. Nulla è (e sarà) più come prima. Nulla può essere fermo. Tutto cambia ed evolve. Velocemente.
E così, io che i cambiamenti li vivo apparentemente con timore ma in fondo con gusto e curiosità, sento che è arrivato il momento di mettere insieme sogni, pezzi di vita e scoperte e partire.
Riparto da qui, da questo luogo virtuale che ha ospitato spesso righe e pensieri intimi. Ma non parlerò di me.
Nasce oggi una nuovo rubrica: uno spazio in cui racconterò storie di chi, con tremore ma senza timore, ha seguito un sogno e assecondato un cambiamento. Spesso, creando impresa.
Mi sono guardata intorno e mi sono accorta che tra persone vicine avevo tanti esempi belli da raccontare.
Uomini e donne che, come scrive Francesca di Tana, “qualsiasi cosa fosse successa io avrei sempre e comunque cercato di inseguire il mio sogno… non avrei potuto fare nient’altro nella vita”.
Sarei potuta partire dall’intervistare il nostro CEO ma lasceremo la sua voce per ultima, a chiusura di un percorso che mi auguro si possa arricchire di voci e testimonianze vicine e lontane.
Le interviste che pubblicheremo raccontano di un’Italia, e non solo, creativa e operosa.
Di piccole/medie aziende che i social e la rete in genere aiutano a comunicare e a far conoscere.
Sono storie diverse ma che nascono da un cambiamento. Subito o cercato. La perdita di una persona cara, la maternità, un bisogno improvviso, la crisi e il licenziamento, l’eredità di uno spazio o un progetto da far fruttare e portare avanti.
Tutto parte da una scommessa. Apparentemente folle. Di certo coraggiosa e impegnativa.
La prossima settimana, martedì, si parte.