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1024 682 Michele

Parity Rate Addio: Chi Ci Guadagna?

Lo scorso 2 agosto, grazie al voto finale del Senato, è terminato l’iter iniziato nel 2015 e viene approvato il DDL Concorrenza. La clausola della parità tariffaria è ufficialmente passata a miglior vita nel nostro Paese. Cos’era la Parity Rate? Citando l’emendamento:

È nullo ogni patto con il quale l’impresa turistico-ricettiva si obbliga a non praticare alla clientela finale, con qualsiasi modalità e qualsiasi strumento, prezzi, termini e ogni altra condizione che siano migliorativi rispetto a quelli praticati dalla stessa impresa per il tramite di soggetti terzi, indipendentemente dalla legge regolatrice del contratto.”

In sostanza, era vietato per qualsiasi albergo offrire una tariffa più vantaggiosa per il cliente finale rispetto a quelle riportate sui siti delle OTA (Online Travel Agency) come Booking o Expedia.
C’è da aspettarsi una grande rivoluzione? Un abbassamento generale dei prezzi? Oppure lo scatenarsi di una guerra dei prezzi che porterà a una riduzione della qualità del soggiorno?
Probabilmente nessuna delle tre ipotesi. Vediamo insieme il perché.

Cosa offrono le OTA alle strutture ricettive?

Non sono semplici intermediari, dato che questi portali offrono una visibilità mondiale a qualsiasi struttura a prescindere dalle loro dimensioni, quindi sono uno strumento di marketing importantissimo. In cambio, per ogni prenotazione effettuata tramite il loro canale, l’albergatore dovrà pagare una commissione, solitamente del 20%. Nell’epoca della parity rate, il prezzo per la stessa tipologia di camere sul sito dell’albergatore non poteva essere minore rispetto a quello mostrato sul canale di distribuzione delle OTA. Ora che questa clausola non esiste più, la prima cosa che ci viene da pensare è che adesso gli albergatori ridurranno il prezzo sul loro sito. D’altronde, con una prenotazione diretta, non devono sostenere le spese di commissione e quindi hanno un margine del 20% da giostrare: niente di più facile, sembrerebbe.
In realtà non è così facile, soprattutto per le realtà di piccole e medie dimensioni. Legalmente non sono più tenute a tenere il prezzo uguale rispetto a Booking ma cosa succede nei fatti se abbassano questo prezzo ? La disparità viene notata subito da Booking e la scheda dell’albergo in questione viene penalizzata in visibilità e gettata nel limbo delle ultime pagine.
C’è un modo di dire moderno che recita “il miglior posto per nascondere un cadavere è pagina 2 di Google” e lo stesso vale anche per le Booking.

Tirando le somme, per poter avere una disintermediazione dalle OTA efficiente, non basta giocare sul prezzo, bisogna investire nella visibilità, bisogna avere un sito funzionale e aggiornato, bisogna investire su pubblicità online, c’è bisogno di una forte presenza sui social, si deve cercare di fidelizzare i clienti e bisogna avere una piattaforma di prenotazione funzionante all’interno del sito.
Per molte realtà alberghiere italiane, un tale investimento non conviene quando possono lasciar far tutto alle OTA in cambio della commissione. Potrebbe cambiare qualcosa con le grandi catene alberghiere ma, in mia opinione, non cambierà molto dato che in queste realtà si ha a che fare con una buona percentuale della clientela già fidelizzata e, solitamente, chi cerca e dà valore al brand già precedentemente prenotava direttamente sul sito, mentre chi cerca sulle OTA è tendenzialmente più sensibile al prezzo che al brand.

Menzione speciale per Trivago, motore di ricerca che confronta i prezzi delle camere d’albergo controllando sia il sito di proprietà sia i siti delle OTA, che potrebbe vedere aumentare i volumi di traffico sul suo sito e quindi diventare il grande vincitore di questo provvedimento.

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1024 506 Vincenzo

Se una mattina d’estate un viaggiatore

Sabato mattina, stazione centrale di una grande città.
Giovani sta rientrando a casa dalla sua famiglia, dopo aver trascorso alcuni giorni fuori città per lavoro. Il suo treno (Intercity? Alta velocità?) sta entrando in stazione, così approfitta degli ultimi minuti di viaggio per dare un’occhiata al suo Facebook.

Laura ha cambiato la sua foto profilo (in questa più recente è al parco con i suoi due bambini). Paolo condivide il suo ennesimo post polemico contro uno dei candidati alle comunali. E poi c’è un post sponsorizzato. Uno dei tanti, certo. Solo che questo sa di zucchero a velo e ha la fragranza della pasta frolla appena sfornata.

Giovanni lo legge, commenta. Passo a fare delle commissioni – promette – e poi ritorno in stazione, al punto vendita. Lo dice e lo fa: arriva in negozio, assaggia, resta colpito, acquista. Commenta di nuovo, entusiasta, con la lista delle leccornie gustate e con i suoi più sinceri complimenti.

Il post in questione è uno di quelli che abbiamo creato per un nostro cliente in ambito food, a cui abbiamo proposto di lanciare una Campagna Facebook geolocalizzata nel weekend.
Innovazione-digitale

La scelta della foto è importante, dobbiamo subito attirare l’attenzione dei viaggiatori social. Il testo: accattivante ma anche esplicativo. La nostra attenzione si concentra però in questo più che in altri casi sul pubblico: decidiamo di raggiungere, attraverso le recenti possibilità di targettizzazione messe a disposizione da Facebook, i viaggiatori che orbitano intorno alla stazione centrale.

Le persone raggiunte potrebbero essere in numero inferiore rispetto al solito e i profili individuati meno targettizzabili per interessi e comportamenti d’acquisto. Ma decidiamo di correre il rischio perché crediamo nella qualità prodotto e nell’efficacia del nostro messaggio.

I risultati?

A footfall costante rispetto alla settimana precedente, nella sola giornata di sabato, primo giorno di sponsorizzazione, il fatturato del nostro cliente è salito del 63%, mentre il giorno successivo l’incremento è stato del 27%. Gli effetti si sono prolungati al lunedì, ieri, quando abbiamo registrato il picco in termini di fatturato assoluto, con una crescita del 71%.

Dal punto di vista del reach e delle interazioni, considerando unicamente i risultati organici e tralasciando quelli ottenuti a pagamento, il post ha raggiunto un pubblico più vasto del 170% rispetto a quello dei post precedenti, mentre il numero di like e condivisioni è salito di oltre il 400% e di quasi il 120% rispettivamente.

Il dato complessivo è decisamente interessante, soprattutto se si pensa al fatto che il budget impiegato è stato piuttosto contenuto. Ma la capacità di far arrivare il giusto messaggio alle persone giuste nel momento giusto stavolta ha premiato.

E crediamo che proprio questo possa essere l’elemento distintivo del web marketing di qualità.

Agostino

Lo scandalo dell’extra vergine: la gestione della crisi da parte dei brand e le percezioni dei consumatori

Il 10 novembre 2015 le aziende Carapelli, Santa Sabina, Bertolli, Coricelli, Sasso, Primadonna (confezionato per la Lidl) e Antica Badia (per Eurospin) sono state iscritte nel registro degli indagati dal pubblico ministero Raffaele Guariniello di Torino, con l’accusa di frode in commercio.


L’ipotesi di reato è di avere venduto bottiglie di olio di qualità inferiore come olio extravergine di oliva, risparmiando quindi nel processo di produzione.


Per valutare le reazioni del pubblico a questa notizia, abbiamo monitorato i commenti sulle pagine Facebook dei brand, effettuando un confronto tra il sentiment prima dello scoppio dello scandalo con il sentiment nei giorni successivi. I dati rilevati sono stati poi normalizzati su una scala da 0 (sentiment completamente negativo) a 100 (sentiment completamente positivo).


La situazione nel mese precedente allo scandalo è piuttosto positiva per tutti i brand:


Olio oliva

Cosa accade nei giorni dal 10 al 20 novembre? Per tutti i brand analizzati, è stato registrato un evidente calo dell’indice di sentiment, con oscillazioni più o meno forti. In particolare, i marchi Carapelli e Bertolli sembrano quelli maggiormente colpiti dallo scandalo:


Olio oliva scandalo

Cerchiamo di capirne di più, a partire dalle strategie adottate da ciascun brand.


Carapelli non ha una gestione attiva della pagina Facebook, ed ha ricevuto forti critiche su una pagina non aggiornata e tra l’altro dedicata al mercato USA. L’assenza di qualunque dichiarazione ha probabilmente peggiorato il sentiment degli utenti.



Al contrario Bertolli ha effettuato un comunicato ufficiale su Facebook, il 12 novembre, ben due giorni dopo le prime notizie sul tema, ed ha probabilmente pagato questo ritardo.



Chi è andata meglio? Fra le aziende toccate dall’inchiesta, la Pietro Coricelli è stata la prima a diramare un comunicato su Facebook, e non a caso è quella che perde meno in termini di sentiment (esclusi i brand di controllo Monini e Fratelli Carli, che pur non toccati dall’inchiesta hanno comunque registrato un calo).



I dati di sentiment ci dicono quindi che una gestione ottimale della crisi si caratterizza per tempestività e chiarezza nell’intervento, non sottovalutando nessun canale gestito. Ciò è vero in particolare per i social network, sempre più il punto di contatto immediato per critiche (o apprezzamenti) verso i brand.


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581 384 Agostino

A scuola di emozioni con un'app

Non c’è niente di più naturale di un sorriso: 12 muscoli che si muovono insieme o in rapida sequenza per produrre una delle espressioni del viso più tipiche della specie umana. E non c’è niente di più naturale che riconoscere questa e le altre espressioni facciali emotive: fin dai primi mesi di vita, infatti, i bambini dimostrano una spiccata capacità nell’identificare lo stato d’animo delle persone intorno a loro osservandone il viso.
Sembrerebbe allora del tutto superfluo parlare di “socializzazione emotiva”. Le emozioni fanno parte del corredo genetico della nostra (e di altre) specie e la competenza emotiva si sviluppa secondo percorsi del tutto naturali e spontanei.
Eppure, la lingua che parliamo, la cultura cui apperteniamo e l’educazione ricevuta incidono profondamente sulla nostra competenza emotiva. La capacità di riconoscere le emozioni, per di più, è necessaria allo sviluppo di comportamenti cooperativi e per prevedere le intenzioni degli altri. Insomma, le emozioni, almeno in parte, si imparano e bisogna farlo al più presto, nella primissima infanzia.
Per questo il gruppo di sviluppatori di Tapp Ingenieria ha creato Tu come stai?, un’app per iPad dedicata a bambini dai 3 ai 6 anni che accresce la competenza emotiva e insegna a riconoscere le espressioni facciali delle emozioni. Il funzionamento dell’app è molto semplice: il bambino osserva una faccina che manifesta una particolare emozione e deve ricreare sullo schermo dell’iPad quell’espressione, scegliendo la conformazione degli occhi e della bocca più adatte. Una volta ricreata l’espressione, si passa alla fase produttiva: il bimbo imita sul proprio volto quell’espressione, che verrà immortalata da una serie di scatti fotografici.
Negli ultimi anni sono state pensate e realizzate diverse app che puntano ad accrescere la competenza emotiva dei bambini in età prescolare. Basta fare una rapida ricerca su internet per rendersene conto. Applicazioni perlopiù basate su narrazioni, che hanno come protagonisti personaggi umani o animali, inseriti in particolari setting che possono generare emozioni. Si punta qui l’accento sul vissuto interno dei personaggi, sulle emozioni che provano e sulle ragioni del loro stato emotivo. Il punto in questione in “Tu come stai?” mi sembra diverso e altrettanto cruciale. Questa applicazione è pensata apposta per allenare e accrescere la capacità di esprimere e riconoscere le emozioni, capacità considerata fondamentale per il bambino, almeno quanto quella di comprendere lo stato interno degli altri in base a ciò che accade loro. Sono gli aspetti sociali e comunicativi delle emozioni ad essere presi in considerazione in questo gioco, aspetti di primaria importanza per una piena integrazione del bambino nel proprio tessuto sociale.

Pagina interna - Concorso
800 533 Agostino

Né Diavolo, né Acqua Santa

La pubblicità può essere ritenuta responsabile della violenza sulle donne?
Non esattamente, o almeno, non in termini di causa-effetto. La violenza di genere è il risultato della disparità tra i sessi, disparità di potere che genera ruoli asimmetrici e stereotipi su come ognuno di noi dovrebbe essere in funzione del proprio sesso. La pubblicità, tuttavia, quando decide di servirsi di immagini sessiste, rinforza quelle asimmetrie di potere, conferma i ruoli di genere che confinano maschi e femmine entro poche sfumature di mascolinità e femminilità e riproduce un immaginario limitato delle relazioni tra i sessi.
Condivido le critiche di quanti ritengono ipocrita affrontare il tema della violenza maschile sulle donne puntando il dito contro la pubblicità, tacendo così l’impotenza, e forse il disinteresse, della politica.
I creativi, tuttavia, non possono lavarsi troppo velocemente le mani, sostenendo che non è la pubblicità a creare il fenomeno. Certamente, la pubblicità non ha questo potere, ma chi si occupa di comunicazione sa che il discorso produce un effetto su chi ascolta e chi guarda. Il discorso del pubblicitario del resto deve avere un effetto, se vuole raggiungere il suo target di riferimento e vendere il prodotto.
Occuparsi di comunicazione in maniera responsabile, a mio avviso, significa riconoscere anche la dimensione politica del proprio lavoro e prendere posizione.
Ieri sera ho visto NO-I colori dell’arcobaleno, un film sul referendum cileno del 1988, focalizzato sulla strategia comunicativa, ideata da un giovane pubblicitario, a sostegno della campagna per il No a Pinochet.
In un primo momento, le aspettative dei militanti del NO sembravano inconciliabili con le proposte del pubblicitario; le strategie comunicative potevano pure essere attraenti e all’avanguardia, ma che ne era del contenuto politico per cui loro stavano rischiando la vita?
Tra le tante letture che si possono dare del film, a me piace leggerlo anche come la storia di un compromesso tra l’esigenza di non svilire l’elemento politico e quella di trovare un linguaggio ed una modalità espressiva efficace per centrare il risultato.
La pubblicità non può essere considerata l’Anticristo dei nostri tempi, non è a lei che possiamo imputare la de-politicizzazione della politica, né la violenza sulle donne, ma dagli addetti ai lavori ci si dovrebbe aspettare la responsabilità di cercare un compromesso tra la strategia comunicativa efficace per vendere e l’impegno sociale di prendere le distanze dall’humus culturale di cui si alimenta la violenza.

Agostino

Chi è Clanz?

Clanz significa Chiara Lanzieri e sono una graphic designer romana.
Cresciuta con arte e musica, all’età di 12 anni folgorata da una mostra di Kandinsky, scelgo di seguire una sola via, quella composta da colori, disegno e tele. Dopo aver finito gli studi artistici, decido di unire diverse discipline creative, arrivando al mondo della comunicazione. Qui nasce l’amore per la grafica.
Successivamente mi iscrivo allo IED, diplomandomi in graphic design e riuscendo finalmente ad unire discipline digitali con discipline artistiche/artigianali. Dopo mesi di colloqui e un breve stage in un’agenzia di comunicazione, arriva il tanto atteso ed inaspettato incontro con Estrogeni.
La scoperta di questa agenzia è stata del tutto casuale, sono capitata forse nel posto giusto al momento giusto.
Intanto per chi fosse interessato questi sono alcuni dei miei lavori con cui sono entrata come stagista retribuita ad Estrogeni.
Beh ora che dire… mettiamoci all’opera!

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1024 1024 Agostino

Cinemarketing

Lo scorso mese mi hanno incuriosito due iniziative di marketing, entrambe legate al cinema, e dall’esito opposto. La prima vede come protagonista un piccolo negozio di noleggio DVD di Los Angeles, la seconda invece riguarda una delle saghe cinematografiche più longeve e di successo nella storia del cinema. La cosa divertente è che, contrariamente a quanto sarebbe lecito aspettarsi, il proprietario del piccolo negozio si è dimostrato molto più scaltro degli autori della strategia di marketing relativa al secondo caso. Ma andiamo con ordine.
Il proprietario di Old Bank, negozio di vendita e noleggio DVD nel centro di Los Angeles, cercava da mesi di rintracciare Nicolas Cage. L’attore aveva infatti preso a noleggio È nata una stella e Re per una notte, senza mai restituirli e maturando un debito col negozio di 224 dollari. Vista l’impossibilità di rintracciarlo attraverso mail o telefono, il negoziante ha scritto direttamente sulla pagina Facebook di Nicolas Cage: “Se a qualcuno del quartiere dovesse capitare di imbattersi in Nicolas, lo preghiamo gentilmente di ricordargli che deve restituire i nostri DVD noleggiati qualche mese fa”. I media hanno notato e rilanciato la notizia, che è giunta finalmente all’attenzione di Cage, il quale ha prontamente restituito i DVD, saldando il debito. Ed ecco che arriva l’iniziativa di marketing: da quella settimana, Old Bank ha offerto ai suoi clienti un noleggio gratuito per un film con Nicolas Cage. Il negozio ha quindi trasformato un potenziale danno economico in un’occasione di visibilità e auto-promozione.
Il secondo  caso riguarda invece la saga di 007. Nel nuovo film Skyfall infatti l’agente segreto sostituisce per la prima volta il proverbiale Martini “agitato, non mescolato” con il quale ha sempre concluso le sue missioni con una Heineken. La decisione è ovviamente dovuta a un’operazione commerciale fra il marchio olandese e la casa di produzione, che hanno stipulato un accordo della durata di 15 anni per un investimento di 60 milioni solo per il film Skyfall. Ma questa scelta potrebbe rivelarsi un clamoroso autogol: i fan sono infatti già in rivolta e minacciano di disertare in massa le proiezioni del film, in uscita il prossimo 31 ottobre.
La riflessione finale rispetto a queste due storie è che spesso l’idea conta più del budget: si può trovare uno spunto geniale e avere risultati positivi addirittura partendo da un debito di qualche centinaio di dollari, e combinare un – potenziale – disastro con un budget di decine di milioni.

Agostino

L’Italia dell’olio è ancora 1.0

Che le aziende italiane siano in ritardo rispetto ai competitor internazionali rispetto all’utilizzo del web e dei social media per la comunicazione istituzionale è fatto noto. Scoprire però che sono indietro anche le aziende di un settore in cui l’Italia è leader nel mondo è un dato che dovrebbe farci riflettere sui motivi di tale arretratezza e – ancor di più – sulle sue conseguenze. Il settore in questione è quello oleario non industriale, dove un’attività di comunicazione efficace è indispensabile per supportare l’alta qualità del prodotto.
Per lo studio abbiamo analizzato circa 100 fra distributori e produttori di olio d’oliva italiani e internazionali, valutando fra le altre cose presenza social, customer care e vendita online, campi in cui – come vedremo – le aziende italiane sono molto spesso indietro rispetto a quanto accade invece all’estero, ad esempio in Spagna, Stati Uniti o Sudamerica.
Partiamo dalla presenza social. I dati raccolti mostrano come all’estero quasi il 70% delle aziende del settore oleario è presente su Facebook, circa una su 3 (35%) è anche su Twitter e il 20% utilizza YouTube:In Italia tutte le percentuali scendono significativamente, con il solo Facebook utilizzato dalla metà (53%) delle aziende:Entrando nel dettaglio di Facebook, si nota in Italia il 41% delle aziende analizzate comunica ancora – erroneamente – attraverso profili personali. Una percentuale che scende addirittura al 7% per le aziende straniere, che nel 93% dei casi hanno invece ben compreso che su Facebook la conversazione aziendale va portata avanti attraverso una pagina e non un profilo.

Nel nostro Paese  siamo indietro anche per quel che riguarda la frequenza di aggiornamento. Mentre infatti all’estero il 71% delle aziende ha aggiornato la propria pagina più di due volte nell’ultimo mese, e solo il 10% non ha postato neanche un aggiornamento, in Italia neanche la metà delle aziende raggiunge questo livello di aggiornamento (siamo fermi al 48%) e più di un’azienda su 5 (21%) è completamente ferma da almeno un mese.Anche rispetto all’utilizzo di un corporate blog le aziende italiane del settore oleario si mostrano più restie ad aprirsi alla comunicazione web. In Italia infatti solo l’11% delle aziende analizzate ha un blog, mentre all’estero quasi un’azienda su 3 (30%) sceglie di comunicare con i propri clienti anche attraverso un blog aziendale.

Unico spiraglio di luce è l’adozione di Skype come canale di customer care, adottato dal 13% delle aziende italiane contro l’8% di quelle straniere. Ma si tratta di un margine non particolarmente largo, oltretutto su un canale in generale poco utilizzato (11% in totale).
Niente di sufficiente per ritenersi soddisfatti insomma, e infatti torniamo indietro nell’ultimo parametro considerato, quello relativo alla vendita diretta online sul proprio sito web. Come si nota dai grafici, solo il 23% dei produttori di olio d’oliva italiani analizzati vende anche direttamente i prodotti sul proprio sito web, mentre all’estero questo canale di vendita è molto più diffuso (43%).

Tutto questo elenco di dati, che mostra come in Italia ci sia ancora tanto da lavorare per raggiungere le aziende straniere in chiave web e social, ha ovviamente conseguenze non solo sulla brand image, ma anche probabilmente sulle vendite. Non ci credete? Allora dovreste sapere, ad esempio, che negli Stati Uniti la quota di mercato italiana è in costante diminuzione negli ultimi 10 anni e fra 2010 e 2011 ha perso l’11,3%. In un mercato ai massimi storici di importazione per quel che riguarda l’olio d’oliva si tratta di un calo preoccupante. L’inversione di tendenza dovrà necessariamente passare anche attraverso una digitalizzazione delle nostre aziende per raggiungere – e, perché no, superare – il livello già acquisito in altri Paesi.

Agostino

Guestbook. Intervista a Valentina de Caro

Oggi ospitiamo per Guestbook Valentina de Caro, social media strategist presso Surrealist ma anche creatrice di Scomunica, pagina dedicata “a tutti coloro che cercano di comunicare in maniera creativa con piccoli budget e grandi idee.”

Ciao Valentina e grazie per aver accettato il nostro invito. Partiamo dall’attualità: da social media strategist come giudichi l’inserimento di social media emergenti (penso in particolare a Pinterest) nelle strategie di marketing per i clienti? Credi che si tratti da opportunità da cogliere al volo, o prima di lanciarsi bisogna attendere che un social sia più consolidato per essere sicuri che non si tratti solo di una moda passeggera?

Grazie a voi per avermi inviata.
Pinterest lo sto ancora osservando, ma partecipo, pinno e repinno. Mi piace la piega che ha preso, il livello qualitativo delle immagini è abbastanza alto, evidentemente non è stato travolto dagli utenti Facebook che preferiscono postare foto di loro ubriachi in qualche locale :). E’ un social network borghese 🙂
Lo trovo come un ibrido tra Facebook per l’importanza data alle immagini e Twitter per il sistema follow. Credo però, che per ora sia presto ipotizzare l’utilizzo di Pinterest come unico canale per una strategia social, come farei invece con Facebook o Twitter, ma integrarlo a questi due si. I dati su Pinterest ci raccontano di un canale usato soprattutto da non italiani, da donne e per brand di moda. Nonostante questo però lo considero come un ottimo strumento per creare engagment anche per altri brand che non sono interessati a quel tipo di target.
Considerarlo come un’opportunità da cogliere al volo? Si, ma senza considerarlo il centro della strategia, essere presenti è comunque importante. Aspettare il consolidamento? Si, vediamo ogni giorno come gli altri social facciano modifiche per essere più concorrenziali, Pinterest non dovrebbe fare eccezione.

Su Scomunica ogni giorno condividi tanti spunti interessanti che hanno di fatto generato l’interesse di una community attiva intorno a questa pagina. Come nasce quest’idea? Pensi che in futuro potrà diventare un progetto più strutturato?

Scomunica nasce dalla volontà di creare una pagina che mostrasse a tutti gli appassionati di comunicazione e a chi la guarda da lontano perché non la comprende, come sia possibile essere creativi, e farsi notare anche con piccoli budget. Scomunica nasce da me e Sasà Tomasello e dal lavoro che facciamo ogni giorno con una piccola agenzia che cerca di proporre marketing non convenzionale a clienti che non sono multinazionali. Siamo partiti dal lavoro che facciamo ogni giorno, e dal nostro allenamento a cercare di trovare soluzioni “economiche”, ma creative.
Perché il nome Scomunica?
Perché si scomunica quello che va contro gli schemi o i dogmi, come lo fa un tipo di comunicazione che va contro il classico volantino o il 6X3 in strada.

Tempo fa ci siamo ritrovati a parlare di quanto la tecnologia possa aiutare le aziende e di come invece, paradossalmente, in Italia ci sia ancora una resistenza a cogliere fino in fondo queste possibilità restando spesso ancorati a dinamiche ormai superate. Premesso che sicuramente nel nostro Paese esistono dei limiti strutturali (un esempio è la mancanza della banda larga) pensi che ci siano anche altri motivi dietro questa ritrosia del mondo imprenditoriale verso la semplificazione e l’apertura alla tecnologia?

Io non darei la colpa alla mancanza di apertura mentale delle aziende. Giusto ieri ho visto un servizio di Report dove si diceva che l’Italia è il paese in cui ci sono più pos nei negozi che nel resto di Europa, ma che gli italiani, preferiscono ancora usare il contante perché non si fidano delle transazioni online. Lo stesso servizio mostrava come, in America, un amico restituisse 5 dollari ad un altro con il telefonino. Se non sbaglio, siamo ancora il paese che al mondo ha più cellulari, ma come li usiamo? I ragazzi come usano le poste pay? Avete mai provato ad osservare l’i-Phone di un ragazzo dai 16 ai 26 anni, che non sia qualche vostro collega? Sono giocattoli nelle mani di bambini cresciuti, vengono usati per scaricare suonerie, giochini o per chattare su Facebook. E le poste pay come le usano? In casa, per Groupon al massimo. Raramente ho visto un ragazzo o una ragazza più piccola di me pagare con la prepagata. Non penso che siano gli imprenditori ad essere chiusi, se proponi ad uno di loro una tecnologia che gli fa risparmiare soldi, se è un vero imprenditore coglie l’occasione al volo, forse non investono perché non hanno il mercato a cui vendere la propria idea che non sia un giochino o un app per scaricare suonerie.

Da napoletana e dipendente di un’azienda che ha scelto per la sua sede il Sud (Ischia per la precisione), ti senti parte di un’eccezione, o pensi che in futuro sia possibile vedere sempre più realtà che si spostano dalle capitali alla provincia, approfittando proprio di quegli strumenti tecnologici di cui parlavamo nella domanda precedente?

La provincia è il futuro.
Tutti i ragazzi che popolano le agenzie del nord vengono dalle provincie del sud, a me è capitato di non andare al nord ma di restare qui. Ma credo che non sia importante da quale ufficio o casa lavori, con il web siamo in contatto con persone in tutta Italia senza nessun tipo di problema. La piccola Surrealist ha clienti non solo in Campania, ma anche nel Lazio, Toscana, Lombardia, Emilia Romagna, Trentino e collabora con altre agenzie italiane e non. Tutto questo senza muoverci da dove siamo 🙂
La rete virtuale e fisica di collaboratori aiuta chiunque a realizzare il proprio lavoro.

Grazie mille per la disponibilità!

Grazie a voi per avermi sopportata 🙂