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1024 682 Michele

Parity Rate Addio: Chi Ci Guadagna?

Lo scorso 2 agosto, grazie al voto finale del Senato, è terminato l’iter iniziato nel 2015 e viene approvato il DDL Concorrenza. La clausola della parità tariffaria è ufficialmente passata a miglior vita nel nostro Paese. Cos’era la Parity Rate? Citando l’emendamento:

È nullo ogni patto con il quale l’impresa turistico-ricettiva si obbliga a non praticare alla clientela finale, con qualsiasi modalità e qualsiasi strumento, prezzi, termini e ogni altra condizione che siano migliorativi rispetto a quelli praticati dalla stessa impresa per il tramite di soggetti terzi, indipendentemente dalla legge regolatrice del contratto.”

In sostanza, era vietato per qualsiasi albergo offrire una tariffa più vantaggiosa per il cliente finale rispetto a quelle riportate sui siti delle OTA (Online Travel Agency) come Booking o Expedia.
C’è da aspettarsi una grande rivoluzione? Un abbassamento generale dei prezzi? Oppure lo scatenarsi di una guerra dei prezzi che porterà a una riduzione della qualità del soggiorno?
Probabilmente nessuna delle tre ipotesi. Vediamo insieme il perché.

Cosa offrono le OTA alle strutture ricettive?

Non sono semplici intermediari, dato che questi portali offrono una visibilità mondiale a qualsiasi struttura a prescindere dalle loro dimensioni, quindi sono uno strumento di marketing importantissimo. In cambio, per ogni prenotazione effettuata tramite il loro canale, l’albergatore dovrà pagare una commissione, solitamente del 20%. Nell’epoca della parity rate, il prezzo per la stessa tipologia di camere sul sito dell’albergatore non poteva essere minore rispetto a quello mostrato sul canale di distribuzione delle OTA. Ora che questa clausola non esiste più, la prima cosa che ci viene da pensare è che adesso gli albergatori ridurranno il prezzo sul loro sito. D’altronde, con una prenotazione diretta, non devono sostenere le spese di commissione e quindi hanno un margine del 20% da giostrare: niente di più facile, sembrerebbe.
In realtà non è così facile, soprattutto per le realtà di piccole e medie dimensioni. Legalmente non sono più tenute a tenere il prezzo uguale rispetto a Booking ma cosa succede nei fatti se abbassano questo prezzo ? La disparità viene notata subito da Booking e la scheda dell’albergo in questione viene penalizzata in visibilità e gettata nel limbo delle ultime pagine.
C’è un modo di dire moderno che recita “il miglior posto per nascondere un cadavere è pagina 2 di Google” e lo stesso vale anche per le Booking.

Tirando le somme, per poter avere una disintermediazione dalle OTA efficiente, non basta giocare sul prezzo, bisogna investire nella visibilità, bisogna avere un sito funzionale e aggiornato, bisogna investire su pubblicità online, c’è bisogno di una forte presenza sui social, si deve cercare di fidelizzare i clienti e bisogna avere una piattaforma di prenotazione funzionante all’interno del sito.
Per molte realtà alberghiere italiane, un tale investimento non conviene quando possono lasciar far tutto alle OTA in cambio della commissione. Potrebbe cambiare qualcosa con le grandi catene alberghiere ma, in mia opinione, non cambierà molto dato che in queste realtà si ha a che fare con una buona percentuale della clientela già fidelizzata e, solitamente, chi cerca e dà valore al brand già precedentemente prenotava direttamente sul sito, mentre chi cerca sulle OTA è tendenzialmente più sensibile al prezzo che al brand.

Menzione speciale per Trivago, motore di ricerca che confronta i prezzi delle camere d’albergo controllando sia il sito di proprietà sia i siti delle OTA, che potrebbe vedere aumentare i volumi di traffico sul suo sito e quindi diventare il grande vincitore di questo provvedimento.

LA-GAIA-SCIENZA
810 450 Vincenzo

La gaia scienza al tempo dei social

 

“La sfera della conoscenza deve essere unita a quella della gioia.”

Friedrich Nietzsche

LA GAIA SCIENZA

Qualche settimana fa Simone Cosimi in un articolo pubblicato su Repubblica ha parlato del crescente interesse che i temi scientifici riscuotono sui social network.

 

Gli utenti dei social – ha sottolineato il giornalista – condividono con sempre maggiore frequenza contenuti di carattere scientifico, mostrando interesse sia per i temi più prossimi alla loro vita personale (come le notizie relative alla ricerca medica) che per quelli apparentemente più distanti e non direttamente collegati al quotidiano. Un esempio su tutti: il video condiviso qualche settimana fa dall’astronauta e medico Scott Parazynski dedicato agli effetti dei viaggi spaziali sul corpo umano, che in pochissimo tempo ha superato le 225.000 visualizzazioni.

 

 

Ma quali sono le ragioni di questo fenomeno?

 

A determinare questo crescente interesse per le scienze c’è sicuramente un maggiore bisogno informativo da parte degli utenti dei social: vivendo in un mondo altamente tecnologizzato e nel quale lo sviluppo scientifico è sempre più rapido, sentiamo più forte la necessità di essere aggiornati e i social, lo sappiamo ormai da tempo, stanno diventando il canale privilegiato in cui reperire le informazioni.

 

La scelta di privilegiare contenuti di carattere scientifico su questi canali, inoltre, può essere collegata al tema della self presentation: con i post che condividiamo forniamo agli altri e a noi stessi un’immagine di ciò che siamo, definiamo la nostra identità e costruiamo delle relazioni sociali. Mostrando apprezzamento per contenuti scientifici vogliamo dare ai nostri collegamenti un’immagine di noi stessi impegnata e informata.

 

I social media, del resto, forniscono alle riviste e ai divulgatori strumenti che permettono di rendere più accessibili e coinvolgenti gli studi scientifici: video, infografiche e foto riescono infatti a mostrare in modo semplice e accattivante ciò che potrebbe apparire noioso o eccessivamente complesso se spiegato soltanto con le parole.
[bctt tweet=”È in atto una vera e propria rivoluzione copernicana del linguaggio scientifico” username=”Estrogeni”]

Chi si occupa di comunicazione scientifica ha infatti compreso le potenzialità dei social e crea i propri contenuti usando il linguaggio sintetico e semplificato tipico di questi canali per poter raggiungere audience sempre più vaste.

 

 

Le Best Practice italiane

Tanti sono gli istituti, le riviste, e i ricercatori italiani che fanno un uso consapevole dei social e sfruttano appieno le possibilità di questi canali.

Possiamo citare a titolo di esempio i video divulgativi prodotti e condivisi dall’Agenzia Spaziale Italiana, che ha all’attivo più di 20.000 fan su Facebook e più di 76.000 follower su Twitter, dedicati alle missioni scientifiche di esplorazione del sistema solare, che raccolgono grande consenso sia su Youtube che sugli atri social.

 

Ma è interessante anche l’uso di contenuti grafici che fa l’account Twitter di MSD salute per annuciare ai propri follower l’apertura del canale Periscope dell’agenzia.

 

I nuovi canali disponibili e le app di messaggistica (Snapchat, Whatsupp, Telegram) riescono a dare ulteriore slancio comunicativo alla scienza, rendendo più veloce e immediato il passaggio di informazioni e offrendo agli utenti iscritti la possibilità di essere attivi produttori di informazioni, inviando i propri contenuti (video, foto e altro) alle redazioni.

 

Questo fenomeno ha fatto sì che alcuni volti noti del mondo delle scienze e della ricerca diventassero delle vere e proprie celebrities: basti pensare, oltre ai casi di Piero Angela ed Edoardo Boncinelli, già noti al pubblico da diverso tempo, al recente successo mediatico di Samantha Cristoforetti, protagonista indiscussa del web e ospite ricercatissima delle trasmissioni televisive, che su Twitter è seguita da oltre 665.000 persone.

 

 

I limiti della scienza social

Ma la grande popolarità della scienza sui social nasconde anche alcuni limiti e insidie.

In primo luogo, un’eccessiva semplificazione di temi di natura complessa come quelli scientifici può essere rischiosa, perché può portare alla diffusione di messaggi non corretti.

 

Un altro limite poi è dato dal fatto che gli utenti online preferiscono rinforzare le proprie credenze più che formarsene delle nuove. Secondo alcuni studi, infatti, gli utenti tendono a condividere le notizie che confermano quanto già sanno ed escludono le informazioni che possono contraddire le loro convinzioni.

 

È il cosiddetto “pregiudizio della conferma” di cui ha parlato recentemente il ricercatore Walter Quattrociocchi.
Questo meccanismo, secondo i ricercatori, favorirebbe la rapida circolazione di bufale scientifiche e teorie complottiste che possono portare a dei fenomeni anche piuttosto gravi di disinformazione.

 

Quindi?

[bctt tweet=”Parliamo sì di scienza sui social, ma facciamolo con estrema attenzione e valutando sempre le fonti.” username=”Estrogeni”]

 

dindi
197 146 Agostino

Gianna Gianna Gianna sosteneva, tesi e illusioni

Quando ero piccola, in una delle mie vite fa, una giornata come questa -con l’uscita di una nuova banconota- si sarebbe trasformata in un piccolo evento e sarebbe diventata, nelle mani della sapiente maestra delle elementari, preziosa occasione per parlare di letteratura (ci avremmo fatto un tema), economia (ne sarebbe scaturito un problema), educazione civica e sociologia (la presentazione veniva fatta alla classe e ne seguiva una discussione) e arte (si tratta pur sempre di un oggetto colorato). Oggi, che come Alfredo ricorda spesso, mi avvicino a varcare la soglia degli anta, ricordo con tenerezza quei momenti e con consapevolezza tiro le somme sulla fortuna di aver avuto: un’insegnante capace di trasformare una notizia – apparentemente astratta per noi studenti delle scuole elementari, i soldi non li usavamo direttamente – in una mattinata ricca di spunti e provocazioni, sul contributo di genitori attivi e propositivi, sulla capacità unica, e spesso sottovalutata, dei bambini di cogliere apprendere ricordare. Ecco, oggi, quella lezione, quel metodo, quello sguardo sulla realtà tradotto in ore di lezione belle spensierate e profondamente istruttive sono il dono più prezioso (e utile) che mi ritrovo tra le mani. Un approccio creativo che funziona ancora, nella vita personale e professionale: partire da una notizia, adattarla al contesto (e all’interlocutore e alla situazione) e trasformarla in un evento, un prodotto, una relazione. In quest’inizio di scuole, anni e cicli, in questi anni in cui la parola merito risuona più e più volte senza una reale finalizzazione, almeno di quelle che auspichiamo tutti, mi piace rivalutare il concetto di metodo aperto e creativo, quello di cui non diventi schiavo, quello che applichi con intelligenza e adesione alla realtà. Quel metodo che, in fondo, è alla base di ogni educazione e idea di convivenza.

GIOVANNA
199 199 Agostino

Guestbook. Intervista a Giovanna Gallo

L’ospite di oggi è una di quelle persone che ti trasmette allegria già dall’avatar, giornalista/blogger che riesce a passare dalla critica sanremese al social media marketing in un baleno, insomma un vortice di spunti. “Calabbbrese” trapiantata a Torino, ho iniziato a seguirla perché esperta di costume e lifestyle, tematiche di cui “mi vanto” di non capire nulla ma di cui leggo qualcosa per non restare troppo fuori dal mondo (magari passano di moda le felpe e non ne so niente).

Tu come lo spieghi al cliente?

Spiegare “come funziona” Twitter è una cosa che mi indispone in modo spropositato. È come se dovessi dire a qualcuno che ha gambe e occhi cosa c’è fuori dalla finestra e descriverglielo nei minimi dettagli, quando basterebbe alzarsi dal divano! Detto questo, i clienti che desiderano essere sui social network da un annetto a questa parte richiedono espressamente Twitter nei servizi, delegando al Social Media Strategist ogni aspetto dell’attività: strategia, linea editoriale, impostazione. Non vogliono entrare nel meccanismo, anche se poi lo vedono citato sui giornali o in tv e sono curiosi: quante telefonate a spiegare i retweet, o il perché della grafica scarna e l’uso degli hashtag… Insomma, la conoscenza dei clienti del mezzo Twitter a volte è totalmente superficiale e tale rimane per scelta, per questioni di tempo o di interessi. Tanto ci pensa (bene, si spera!) il community manager a fare followers!

Uno studio recente ha mostrato come, almeno per il mercato americano, la figura femminile è molto richiesta per il ruolo di Community Manager… Il mio network conferma. Credi che la comunicazione sia più femminile del marketing?

Assolutamente no, non credo abbia sesso. Certo, da sempre la comunicazione – o sarebbe meglio dire la chiacchiera? – è prerogativa femminile e, da logorroica, non me la sento di smentire l’opinione comune 🙂 In realtà per fare buona comunicazione e buon marketing ci vogliono una mente aperta, buona conoscenza dei new media e una buonissima dose di lucidità: non salviamo il mondo, non aiutiamo la gente, siamo solo ruote di un ingranaggio che non manovreremo mai. Insomma, prendersi poco sul serio è un buon trucco per vedere tutto con un buon senso del distacco, e questo vale per uomini e donne.
E se c’è da chiacchierare, più per le donne 🙂

Per Tustyle, di Gruppo Mondadori, collabori per una rubrica sul mondo del lavoro e contemporaneamente scrivi per il web. Quale legame c’è, eventualmente esista, tra lo scrivere online e su una rivista mensile? Quali differenze/analogie ci sono tra i lettori dei differenti supporti e nel tuo modo di “gestire” la loro attenzione”?

Da due anni lavoro con la giornalista Marta Minghi sulla rubrica Vita precaria. Abbiamo anticipato i tempi parlando di crisi quando di questa c’era solo il sentore, dando consigli su lavori e professioni, riportando testimonianze, suggerendo corsi, sbocchi, prospettive. Come mi aiuta il mio lavoro sul web col giornale? Innanzitutto, con le fonti: in questi 4 anni di networking ne ho fatti di contatti, e molto spesso le conoscenze virtuali sono finite sul giornale come testimonianza. Twitter è micidiale: cerchi un cuoco da intervistare e per la legge dei gradi di separazione dopo un po’ ti ritrovi a intervistare Vissani! Un buon giro di contatti, una buona “autorità” web, le domande giuste e un intelligente uso dei mezzi social fanno il resto. A me, che sto in una terra di mezzo, e sono metà blogger e metà giornalista tradizionale, certo aiuta la velocità con cui reperisco le notizie e le testimonianze. Probabilmente, senza questo plus, non avrei mantenuto il lavoro al giornale, e senza il web, non avrei avuto molto da dire 🙂

Per quanto riguarda i lettori, il discorso è più ampio: se scrivo di social network o racconto di pranzi calabri sul mio blog, so benissimo a chi mi rivolgo – spesso un pubblico di addetti ai lavori – ma il giornale ha un target più ampio e meno specializzato. Semplicemente, devo cambiare il linguaggio, dosare le informazioni più tecniche e web e presentarle in modo semplice e comprensibile: deve capirmi sia la trentenne che legge Tustyle in metro andando a lavoro, sia mia madre, che non è per niente addicted.

Pinterest sembra essere il social dell’anno, cresce più velocemente di G+, ma manca ancora tanto alla fine di questo 2012. Pensi possa essere usato per la promozione di un brand/prodotto o, come è successo per delicious e co., il social bookmarking resterà un utility per gli “addetti ai lavori”?

La seconda che hai detto 🙂 Pinterest è divertente e ti fa andare in pappa il cervello, se glielo permetti, ma a volte mi chiedo: se mi perdo a pinnare e a creare boards artistiche, quando lavoro? Per questo non sono entrata nel turbine come gli altri e lo guardo con parecchia diffidenza.
Come molte di queste novità, credo resterà sempre un po’ di nicchia: uno su mille ce la fa a diventare mainstream, e non tutti (a volte, purtroppo, perché alcune sono davveo valide e utili) si chiamano Facebook.

Ti bulli di conoscere i maggiori esperti di Seo e Marketing d’Italia, com’è vivere con uno di essi? 😀

È vivere con una persona con cui stai bene, da molti anni 🙂 Ogni tanto ci ritroviamo a parlare di Twitter a cena, o mentre siamo in giro, ma solo per piacere: confrontarsi diventa una cosa divertente, è difficile che parliamo di lavoro oltre gli orari canonici. Più facile che ci ritroviate a fare gossip di questo o di quel follower 😉

FabioMalamocco
340 340 Agostino

Guestbook. Intervista a Fabio Malamocco

L’ospite di oggi per la nostra rubrica settimanale è Fabio Malamocco noto Internet Business Consultant, che nell’ultimo mese è riuscito a generare un contenuto virale partendo da una semplice idea, che ha conquistato piccoli ma sopratutto grandi. Una di quelle cose inventate in un pigro venerdì sera, elaborata il sabato, implementata la domenica e messa online il lunedì mattina, che è riuscita in pochissimo tempo a stuzzicare la curiosità di una notissima Onlus.

CaroBabboNatale nasce dalla semplice idea di riavvicinare gli adulti a un mondo che nella “vita professionale” si tende a dimenticare. Puoi raccontarci il progetto?

Il progetto è nato da un’intuizione che ho avuto a fine novembre, più precisamente durante un pigro venerdì sera di lavoro al computer. Stavo pensando in quel momento a come fare per poter far parlare di me nel campo del #SocialMedia con qualcosa di originale, mai sperimentato prima. Anche grazie ad una conversazione su Skype con un’amica, ho elaborato in testa questa possibilità, cioè di creare un semplice sito internet, attraverso il quale chiunque potesse scrivere desideri e volontà per Natale, usando come strumento Facebook.

Un’idea partita dal basso, quasi per gioco, che è riuscita ad arrivare al mondo delle Ong quasi sempre restie all’utilizzo dei nuovi mezzi di comunicazione. Come nasce il rapporto con Terres des hommes e quali valori si vogliono veicolare attraverso la tua idea?

Il rapporto con Terre des hommes Italia è nato quasi per caso. Paolo Ferrara, Responsabile Comunicazione di questa Onlus, ha notato questa mia iniziativa e ha commentato nella Fanpage di Caro Babbo Natale, esprimendo un apprezzamento. Io l’ho ringraziato subito e poi l’ho contattato in privato proponendogli di sostenere le sue iniziative umanitarie in cambio del patrocinio ufficiale, che mi è stato concesso quasi all’istante! Contrariamente a quello che si potrebbe pensare e rispetto a tante altre realtà no profit, Terre des hommes Italia è molto “avanti” nell’utilizzo dei Social Networks e chi ci lavora all’interno parecchio abituato ad operare in modalità web 2.0.
I valori che si vogliono trasmettere sono quelli più semplici e importanti per ogni persona con un minimo di coscienza sociale, cioè la solidarietà verso chi sta peggio nel mondo e la volontà di metterci la faccia e partecipare in maniera attiva, ognuno secondo le proprie possibilità, ad iniziative benefiche ad utilità sociale… perché a Natale tutti dovrebbero essere più buoni!

Come dice lo spot di Terre des hommes, possiamo pensare a Caro Babbo Natale come un piccolo gesto che possa generare un cambiamento. La consapevolezza di poter fare qualcosa di più nell’epoca dell’iperconsumismo, è sicuramente uno degli aspetti positivi dei social media. Quale cambiamento potrebbe generare la tua idea?

È una bella domanda ed è abbastanza difficile trovare una risposta che vada bene per tutti, in quanto la sensibilità verso iniziative benefiche è molto diversa a seconda delle persone. In ogni caso però, leggendo gran parte delle letterine già inviate dagli utenti, si percepisce il vero spirito del Natale e una presa di coscienza sui temi più importanti a livello umano (solo il 2% dei messaggi contiene riferimenti commerciali). Questa cosa mi fa piacere e mi riempie di orgoglio, perché sono consapevole di aver toccato il tasto giusto ed aver veicolato il messaggio nella maniera più corretta, esattamente come la volevo! La mia idea potrebbe avere degli sviluppi e generare un cambiamento, ma è ancora presto per fare un bilancio.

Hai già pensato come rendere funzionante CaroBabboNatale.it dopo questo periodo festivo? Si può prevedere un riposizionamento o bisogna cambiare interamente la comunicazione?

Appena avuta l’idea non mi ero posto questa domanda. Ora però che la cosa sta funzionando e parlando con un paio di amici del settore #SocialMedia, mi è venuto in mente di provare a creare una sorta di format derivante da questa iniziativa. In buona sostanza estendere questo tipo di comunicazione virale 2.0 ad altre occasioni e ricorrenze… ma per ora è tutto ancora Top Secret!

150 150 Agostino

Fahrenheit 451

Non tutti i Levi nascono per difendere la cultura. L’idea di tutelare la grande e piccola distribuzione, le libreria indipendenti e gli store online, attraverso un atto di protezionismo interno non porterà alla crescita di un mercato già fortemente turbato dalle innovazioni.
Un mercato destinato a morire, almeno nella concezione che abbiamo da un secolo. La crisi delle etichette discografiche non ha insegnato nulla, almeno al mercato dei libri cartacei. Proteggere il prodotto, chiuderlo in una cassaforte, renderlo disponibile solo a chi è disposto a pagare l’intera filiera della produzione, non ha portato che al collasso dell’intero mercato musicale. Quest’ultimo ha dovuto reinventarsi, per non soccombere, avvicinarsi al pubblico e abbandonare quella mitizzazione dei musicisti. Più live, più materiale extra, più emozioni. Questo è quello che ci saremmo aspettati dalle case editrici e non dalla distribuzione, che in alcuni casi è l’unico tassello capace d’innovare. Amazon, il colosso americano tanto odiato dai distributori italiani, ha appena lanciato un sistema che permette di noleggiare i testi scolastici per gli studenti americani. Un sistema che abbatte il costo fino all’80% del prezzo di copertina, che rende il lettore libero di gestire/modificare/condividere il prodotto e consumarne una quantità maggiore. Un’apertura che parte dal concetto fondamentale, che è il consumatore a decidere il prezzo/valore del prodotto. Questa legge ingabbia il settore, ma non limita il lettore pronto a migrare verso nuove modalità di lettura/fruizione. Gli ebook , mercato che in America ha superato il cartaceo e in forte crescita anche in Italia, non rientrando nella regolamentazione prevista della legge appena approvata, sono pronti ad accogliere  gli accaniti lettori/consumatori  non più disposti a pagare un sovrapprezzo. La tutela dell’opera d’arte, oggi più che mai, non richiede un vetro antiproiettile ma di una liberalizzazione testuale. Il ritorno economico, per le case editrici e la distribuzione, dovrà essere ricercato nell’unicità/qualità del prodotto e nella fidelizzazione dei lettori.
Come si fa? Chiedetelo ai Radiohead.

Suggerimento alla “casta”. Inizierei a pensare una legge che limiti il cloud computing, che mi permetterebbe di avere una sola copia per gli infiniti dispositivi in mio possesso, di poterla condividere/diffondere e già che ci siamo alla pirateria (ebook gratis).
Come si fa? Chiedetelo alla Virgin Rercords, che non ci è riuscita.

150 150 Agostino

Estrogeni in campo per Bayer Garden

Uno spazio per i venditori. Un luogo di confronto e approfondimento. Una piattaforma interamente dedicata ad un prodotto. Quando Bayer Garden mesi fa ci chiese di lavorare a un progetto di apprendimento e promozione presso la rete vendita del suo ultimo prodotto per il controllo delle Formiche – pensammo subito che sarebbe stato un terreno fertile per le nostre idee. E così è stato, fin dalla scelta del nome. B-Camp. Una sorta di campo/campus dove coltivare le conoscenze, maturare consapevolezze – specie da parte dell’azienda verso il potenziale dei venditori – e raccoglierne i frutti.
Flessibile nella struttura quanto intuitivo nella navigazione, si adatta facilmente ad ogni esigenza formativa grazie alla sua natura modulare. Obiettivi dichiarati del progetto, formare una forza vendita capace di interagire con l’azienda e i colleghi in tutta Italia, stimolare la partecipazione, e riscuotere feedback sulle azioni di sell in e di sell out.
A latere, per incentivare la partecipazione e offrire assistenza agli utenti meno esperti, ci siamo attivati con e-mail, sms, contatti telefonici e online messaging. Nonostante il poco tempo libero degli agenti, reduci da lunghe giornate lavorative, la risposta è stata positiva. Al migliore di loro andrà un simpatico premio. Da lunedì, toccherà ancora a noi analizzare i dati e verificare quanto bene abbiamo saputo seminare.

150 150 Agostino

Guestbook. Intervista a Claudio Gagliardini

L’ospite di oggi è una personalità di cui non potevamo fare a meno. Potremmo definirlo l’uomo evento, non ne perde uno, in particolar modo quelli riguardati il mondo della comunicazione e del marketing. Professionista del settore da molti anni, ma sempre aperto al dialogo e al confronto anche non prendendosi sul serio, senza mai perdere di credibilità (vedi il numero di followers). Un uomo da seguire per capirne di più del web e di come le aziende possano usare in modo più efficace il mezzo. Early adopter di social network, si va da Meemi a Pongr, è sicuramente uno dei portavoce di Twitter in Italia e proprio da esso è generata la nostra conversazione.

#TA11. Hai qualcosa da dichiarare?

Tweet Awards 2011 è un cantiere aperto. L’idea iniziale, per questa seconda edizione, era quella di farla a Milano, ma al momento non c’è copertura dei costi, quindi è molto probabile che saremo nuovamente a Riva del Garda, se Macchianera ci darà ancora spazio. Come lo scorso anno si tratta di un evento informale, scherzoso, senza grandi pretese, ma ci piaceva che potesse iniziare a vivere di luce propria, magari come momento clou di una serie di camp Twittercentrici. Ad oggi dire di più mi sembra un azzardo, ma la volontà di portare avanti questa bella esperienza c’è sempre.

Un #TA per mostrare al pubblico italiano un nuovo e più esaustivo mezzo d’espressione o un evento autocelebrativo? Come mai Twitter cresce vistosamente anche in Italia, ma non ha gli stessi numeri di social network più accessibili?

#TA nasce con diverse finalità. E’ un punto d’incontro per chi twitta quotidianamente, una “promo” per un mezzo dalle grandi potenzialità e prospettive, un invito alle aziende e alle istituzioni ad utilizzare questo canale per comunicare in modo asciutto e diretto, molto più targettizzato e senza eccessivi fronzoli. Twitter era e resta un social “elitario”; si sta sviluppando maggiormente in quegli ambienti in cui la cultura e le esperienze all’estero sono più presenti, come nel caso dei rampolli dell’impresa italiana che rientrano dai college e dalle università USA e UK e si portano dietro un bagaglio di competenze e di strumenti. Ne stanno facendo ottimo uso, ad esempio, le aziende vitivinicole (@tweetyourwines, #twitasta).
Credo cvhe Twitter abbia ampi margini di crescita e di diffusione anche in Italia, ma servono iniziative come #TA, e possibilmente anche di più serie, che sappiano diffondere questo strumento su larga scala. Il fallimento di #italianrevolution, che gli spagnoli di #spanishrevolution hanno cercato di esportare qui da noi, è una prova schiacciante di come questo media da noi non sia ancora maturo.

#TA come movimento portante di una crescita sperata, ma soprattuto voluta.

Non esageriamo. #TA è nato come un gioco, un momento d’incontro tra utenti di Twitter e un modo simpatico per far conoscere questo social. E’ chiaro che su Twitter, come su ogni piattaforma, forum e network, ci sono elementi trainanti che possono contribuire alla sua diffusione. Gente come @RudyBandiera, @Davidelico, @luca_conti / @sb3rla, @CDCMpro e tanti altri, come i vincitori dell’edizione 2010 @sTen, @insopportabile o come i vari @Artlandis, @Simmessa e… cavolo, sono davvero troppi per nominarli tutti! Insieme a questi utenti “privati”, ci sono poi ovviamente le aziende, target cui gente che fa marketing sui social si riferisce e cui per molti versi tendiamo ad indirizzare enevti come #TA. La speranza è che le PMI italiane si accorgano di questi nuovi media e li utilizzino sempre di più e sempre meglio.

Twitter sarà la “killer app” dei blogger o anche questo è solo un omicidio annunciato, ma mai attuato?
Assolutamente non credo. Twitter è uno strumento fantastico per i blogger e per chiunque faccia informazione e crei contenuti in rete. Personalmente vedo Twitter come un particolarissimo motore di ricerca, in grado di aiutarmi a trovare gente che parla delle cose che mi interessano, possibili partner, fornitori e clienti, siti e blog interessanti, “cose” vicine a me o nell’area di mio interesse, cose che accadono in tempo reale in qualsiasi parte del mondo, etc. Chiaro che i blogger debbono tenere conto di questo nuovo strumento e adeguare il proprio stile ai tempi, alle mode e al modo in cui la gente ama leggere e fruire dei loro contenuti. Il modello dell’informazione “in pillole” ha ormai sfondato su tutti i media, primo tra tutti il web, quindi non c’è più posto per i logorroici e per chi si scrive addosso!

 

 

150 150 Agostino

Guestbook. Intervista a Orlando Merone

Sono entrato in contatto con Orlando leggendo i risulati dello Startup week romano del 2010, dove con una valida squadra è riuscito a buttare giù la struttura di un’idea vincente, di cui torneremo a parlare molto presto. Una personalità poliedrica capace di passare dalla programmazione web alla gestione della comunicazione aziendale. Un personaggio con moltissime idee, pronto alla discussione e al confronto. Essendo un architetto di interfacce web, anche complesse, mi incuriosiva il percorso che la grafica sta facendo e come le aziende stanno rispondendo a questa mutazione.

Sei un freelance che copre molteplici settori del web, ma sei costretto a muoverti per l’Italia per stipulare accordi con il cliente. In Italia c’è ancora bisogno di questo “rapporto fisico”, anche se si forniscono prodotti/consulenze virtuali. Credo sia una vecchia idea imprenditoriale, che modificata potrebbe apportare un miglioramento all’intero flusso economico. Che ne pensi?

Credo che, per la dinamicità richiesta da questo tipo di mercato, le vecchie logiche della “stretta di mano” possano tranquillamente essere svecchiate da approcci web, che riducano e semplifichino tempi, trattative e costi di gestione professionale. Attualmente, la maggior parte delle richieste che ho, mi arrivano dal web. Credo nell’importanza del “sapersi far trovare” da interlocutori (e poi clienti) affini alla propria natura professionale. Uso i social networks e i maggiori strumenti che il web mette a disposizione per presentarsi professionalmente, il passaparola fa il resto anche a centinaia di km dal proprio Mac!

Progetti interfacce per piattaforme complesse, spesso utilizzabili esclusivamente da dispositivi mobile. Le ridotte dimensioni del dispositivo limitano la tua creatività e/o rendono la progettazione molto più complessa? Maggiore fruibilità comporta una forte semplificazione del design o quello che abbiamo oggi è solo l’inizio di un nuovo modo di “guardare” il web?

Maggiore fruibilità comporta una semplificazione del design solo se nello sviluppo di un progetto non si parte già da una visione aperta al multidevice. Il nuovo modo di guardare il web sarà davvero nuovo quando si inizierà a pensare a progetti mobile, o app based, non come “adattamenti”, non come “appendici”, di ciò che esiste o si sta sviluppando, ma come parte integrante di una comunicazione coordinata, e soprattutto senza guardare prima alle statistiche di accesso. La local mobile search è sempre più utilizzata a dispetto di chi si chiede ancora “ma chi li usa ‘sti smartphones?”. “Tutto intorno a te” (qualche anno fa era il payoff di una nota compagnia telefonica) penso che sia ora più che mai vero: il cardine fondamentale da cui partire per costruire realmente un nuovo modo di “guardare” il web.

Viste le vendite dei dispositivi mobile e i mutamenti dell’utilizzo del web, queste idee di progettazione dovrebbero essere adottate quanto prima per evitare delle perdite economiche. Come si può convincere i dinosauri del web browsing ad aggiornarsi? Credi che l’app based sia il futuro di internet e che ruolo avrà la “vecchia” programmazione browser?

I segnali che arrivano dalle vendite dei dispositivi mobile e dagli investimenti che vengono fatti dai giganti del web e delle telecomunicazioni sono chiari. La fruizione di contenuti “mobile” acquisirà sempre maggior spazio soprattutto con l’avvento dei sistemi di telefonia mobile di quarta generazione, che renderanno la navigazione ancora più veloce. Ad oggi, su tre cellulari venduti, uno è uno smartphone di ultima generazione, i prezzi per la trasmissione mobile di dati calano velocemente, i maggiori operatori del web stringono alleanze e partnership con produttori di telefonia ed operatori delle telecomunicazioni.
La possibilità di ottenere velocemente (come anche di produrle!) informazioni utili “intorno a noi” è il futuro di internet  ed è in quella direzione che si deve guardare. L’app based è stato il vero apripista della rivoluzione mobile, ma credo anche che la “local mobile search” prenderà sempre più piede e di conseguenza lo sviluppo, grazie a nuovi standard che aprono un mondo di possibilità per il webdesign, di soluzioni “browser” per i dispositivi mobili.

150 150 Agostino

Guestbook. Intervista a Luce StRagista

Questa settimana vi presentiamo Luce StRagista, la blogger che da dicembre 2008 critica con ironia lo sfruttamento lavorativo, in particolare quello giovanile. Il blog è per Luce uno strumento di protesta e di sfogo e nello stesso tempo ha dato la possibilità a molti giovani di confrontarsi e rispecchiarsi nelle situazioni da lei raccontate. Il suo profilo facebook conta più di 3800 amici (genera il 18% delle visite al sito)  ed ha più di 1.300 follower su twitter. Lei preferisce mantenere l’anonimato e si presenta su Internet con il suo avatar. Oggi è con noi e ci racconta come è nata la sua idea di iniziare a scrivere il blog Vita da StRagista.

Come mai hai scelto un blog per affrontare l’argomento stage?

Ho scelto il blog per affrontare l’argomento stage perchè è uno strumento di comunicazione che mi mette molto a mio agio. Mi permette di esprimermi liberamente, senza che nessuno debba adattare ciò che ho voglia di dire, inoltre posso comunicare al meglio arricchendo i post che raccontano le avventure che riguardano la ” Vita da StRagista” con foto e video. E poi, ultimi, ma non per importanza, i commenti dei miei lettori che stimolano la creatività e che innescano anche dei piccoli dibattiti che spero possano essere costruttivi nell’affrontare la questione stage a livello istituzionale e nell’opinione pubblica, più in generale.

Quali altri strumenti di social media marketing utilizzi per diffondere i tuoi post?

Principalmente pubblico i miei post su Facebook, Twitter, Myspace e Linkedin. Facebook mi permette di avere una platea molto vasta a cui rivolgermi e grazie ad esso ho conosciuto molti gruppi attivi per la “causa sociale” degli stagisti come, ad esempio, gli appartenenti al gruppo il Manifesto dello Stagista. Twitter è il mio preferito: a volte basta poco per innescare, sull’onda dei retweet, una discussione con spunti interessanti. Linkedin, invece, è utile soprattutto per far conoscere la mia attività e avere qualche riscontro (spero!) in ambito lavorativo.

Ritieni che in qualche modo ci sia effettivamente una “morte del blog”?

Non ritengo affatto che ci sia una morte dei blog. Anzi. In un paese come l’Italia in cui per noi giovani è molto difficile mettersi in luce e inserirsi nel mondo del lavoro, il blog diventa una vetrina per mostrare le proprie capacità che spesso valgono molto di più di un rimborso spese. E lì non esistono raccomandazioni! Sono soltanto la creatività e la capacità di autopromuoversi a permettere ad un blogger di crearsi un seguito.
Il blog rappresenta inoltre un canale alternativo attraverso il quale diffondere notizie e visioni critiche di esse che spesso non trovano spazio nei media tradizionali. Per quanto riguarda il concetto di stage come apprendimento e la sua distorsione nella realtà di tutti i giorni, a mio avviso, sono stati proprio i blogger a portarla alla ribalta ottenendo l’attenzione dei media tradizionali, tanto che finalmente anche i sindacati si stanno occupando della questione.
Quindi non credo proprio che i blog siano vicini alla morte, anzi, credo che come avviene già negli Stati Uniti, sempre più le opinioni dei cittadini nasceranno dai blog e questo non può che fare bene alla nostra democrazia!