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Social media
940 788 Martina

Social News – Le novità di gennaio 2017

Si sa che il web è in continua evoluzione, e si sa che i social media sono ancora più veloci e che ci sono cambiamenti all’ordine del giorno.

Cerchiamo allora di venirne a capo e fare un po’ di ordine per capire cosa è successo dall’inizio di questo 2017.

Facebook

Come non iniziare dal re dei social?

Facebook ha introdotto o sta per introdurre molte novità di cui alcune piuttosto importanti, vediamo quali:

    • A inizio gennaio è stata annunciata l’introduzione delle ads sui video caricati direttamente su Facebook. Avete presente quei banner che compaiono sui video Youtube? Ecco, la stessa cosa, in mid-roll dopo 20 secondi di visualizzazione del video. Non si sa ancora bene in che modo verranno visualizzati e se, come per Youtube, sarà possibile chiuderli. L’unica cosa che si sa è che le revenue degli investimenti saranno divise con i publisher dei video (55% ai publisher e 45% a Facebook). Non male, ma attendiamo l’effettiva introduzione dello strumento per dare un giudizio definitivo su questa novità;

 

    • Facebook Journalism Progect – Zuckerberg dice no alle bufale e sì al supporto tecnico e logistico alle aziende che sono attive nel mercato dei media. Dopo le pesanti critiche subite dal re dei social durante le elezioni americane, accusato di aver lasciato che notizie false circolassero liberamente, Mark Zuckerberg ha deciso di avviare questo progetto di formazione ai giornalisti e di assistenza alle aziende media. Anche qui aspettiamo futuri aggiornamenti per capire in cosa consiste tutto ciò nel concreto;

 

    • Nuove funzionalità e strumenti per i video in diretta – soprattutto per chi li usa in modo professionale. Innanzitutto si potranno pubblicare dirette anche da browser web e non solo da mobile, inoltre Facebook introdurrà anche un nuovo ruolo per le pagine che permetterà di pubblicare dirette. Quindi non sarà più necessario essere amministratore della pagina, ma semplicemente un Live Contributor. Sicuramente un’ottima cosa che permetterà una gestione più flessibile e sicura delle pagine.  Verranno introdotti inoltre degli insight per le dirette video per i profili personali con più di 5 mila follower e la possibilità di mettere in evidenza i commenti più interessanti che sono stati fatti durante la diretta. Tante novità per le dirette che stanno avendo sempre più successo;

 

    • Introduzione di Ads sugli Instant Articles – da poco infatti è possibile scegliere come posizionamento delle inserzioni anche gli instant articles quando si usano specifici formati publicitari come Post della pagina con link, Installazione dell’app mobile, video e carosello e per 6 degli obiettivi previsti (views del video, traffico, conversione, interazione, installazione app e vendita dei prodotti in catalogo).

 

    • Introduzione delle regole di automazione per le campagne – è in roll-out e quindi non ancora disponibile per tutti, però il 2017 ha portato anche la possibilità di impostare delle regole che permettono di attivare notifiche o stoppare campagne al verificarsi di determinati eventi che decide l’inserzionista. Facebook fa quello che decidi tu quando lo decidi tu e lo fa al tuo posto;

 

    • Musiche personalizzate all’interno degli slideshow – Finalmente! Anche se ormai nessuno più attiva l’audio dei video e quindi potrebbe sembrare una cosa da poco. Sta di fatto che per alcune attività potrebbe essere importante e soprattutto possiamo evitare le raccapriccianti proposte di Facebook e decidere noi la colonna sonora dei nostri slideshow (mi raccomando ai diritti però!);

 

    • Introduzione delle inserzioni video in-stream – ossia brevi inserzioni video all’interno dei video in target. A differenza di Youtube le inserzioni sono basate sul pubblico e non sul contenuto, quindi due persone che guardano lo stesso video probabilmente vedranno due inserzioni diverse;

 

  • Facebook Stories – Mark non si ferma mai e ha lanciato in versione beta, e per ora solo in Irlanda, le storie anche su Facebook. Così come ha fatto con il suo altro pargolo Instagram (che ha preso l’idea a Snapchat), anche su Facebook a breve potremo pubblicare le nostre storie quotidiane. (Ce n’era bisogno?)

Instagram

Passiamo appunto alla seconda creatura (adottata) di Zuckerberg.

Quali sono le novità sul social fotografico per eccellenza?

  • Insight sulle Stories e un nuovo formato pubblicitario in arrivo – proprio così. Le storie pubblicate, almeno per i profili business, potranno finalmente avere degli indicatori di performance. Stiamo parlando di reach, impressions, degli exits e dei messaggi inviati da parte degli utenti che visualizzano la storia. Anche qui siamo in roll-out per cui qualcuno potrebbe già averli a disposizione. Inoltre anche su Instagram è stato introdotto il mid-roll, ma stavolta sulle stories condivise dagli utenti con immagini o video di massimo 15 secondi.

  • È possibile già da qualche giorno fare dirette nelle stories –  Instagram sta diventando sempre più un social live e i video stanno crescendo sempre di più, ma la fotografia rimane ancora il contenuto principale,  e questo ci porta al prossimo punto…

  • Gli album fotografici. È in fase di test, e solo per Android al momento, l’introduzione degli album fotografici. Quindi se abbiamo più immagini relative ad uno stesso soggetto/evento/momento potremmo creare un album anziché tempestare i nostri follower con foto che sono molto simili tra loro.


LinkedIn

Linkedin non ci regala molte novità, ma quella di questo mese è piuttosto consistente: un layout tutto nuovo, molto più user friendly e per certi versi molto simile a Facebook, ma ci piace.

È ancora in fase di roll-out, ma piano piano tutti gli account LinkedIn stanno cambiando veste, proprio come nelle immagini di seguito.

La nuova home prevede anche un menù più dettagliato e un accesso diretto a Slideshare, che finora non era previsto.

Home page Linkedin

Nuova Home di Linkedin

Il profilo invece mette in evidenza le ultime attività, pubblicazioni e statistiche.

 

Pagina profilo Linkedin

Pagina profilo Linkedin

I social nel primo mese dell’anno ci hanno riservato non poche novità, alcune molto più interessanti di altre, e Facebook in termini di advertising ci lascia con molti nuovi strumenti da approfondire e scoprire.

See you next month!

QUANDO-I-PIXEL-SI-FANNO-ARTE
1024 683 Vincenzo

Quando i pixel si fanno arte

QUANDO I PIXEL SI FANNO ARTE

Qualche settimana fa Google ha presentato sul suo blog la Art Camera, la fotocamera sviluppata dal Google Cultural Institute che consente di digitalizzare le opere d’arte con la tecnologia dei gigapixel a un ritmo senza precedenti.

La camera di Google è infatti dotata di un laser che permette di guidare la messa a fuoco dell’immagine, di un sonar con suoni ad alta frequenza che misura la distanza dell’opera d’arte e di un accelerometro per rilevare le vibrazioni e stabilizzare l’immagine ottenuta.

Grazie a questa sofisticata tecnologia, la Art Camera permette di ottenere delle immagini in altissima risoluzione, dando la possibilità all’utente di zoomare un numero incredibilmente elevato di volte e osservare ogni più piccolo particolare dell’opera.

Il risultato ottenuto è stupefacente: entrando sempre più nel dettaglio si è capaci di osservare le più piccole variazioni di colore, di percepire l’intensità della pennellata, la consistenza materica della tela.

Una risorsa, questa offerta da Google, estremamente utile per studiosi e appassionati di arte, che possono analizzare nel dettaglio e apprezzare il lavoro di pittori di fama internazionale senza dover viaggiare in tutto il mondo. Grazie alla nuova tecnologia dei gigapixel, inoltre, il Google Cultural Institute ha notevolmente velocizzato il processo di digitalizzazione ed è oggi in grado di condividere oltre mille immagini di opere di artisti come Pissarro, Van Gogh, Rembrandt, Monet e molti altri.

Ma il Google Cultural Institute non è il solo ad aver compreso l’importanza della digitalizzazione delle opere d’arte.

Diverse istituzioni di fama mondiale hanno infatti intrapreso lo stesso percorso, digitalizzando sui propri portali online le proprie collezioni d’arte: dallo Smithsonian Museum di Washington DC al Rijksmuseum di Amsterdam, dal Museum of Modern Art di New York al  National Gallery of Art, che ha di recente reso disponibili gli scatti del fotografo svizzero Robert Frank.

E l’Italia, con il suo imponente patrimonio culturale e artistico, non poteva restare indietro: tanti sono infatti i progetti e le collaborazioni internazionali che, da qui a pochi anni, renderanno disponibili in altissima risoluzione le immagini delle nostre istituzioni.

Primo tra tutti il progetto di digitalizzazione in 3D delle collezioni degli Uffizi di Firenze, sviluppato grazie ad un accordo di collaborazione internazionale con l’Università dell’Indiana.

Presentato pochi giorni fa in conferenza stampa a Firenze, il progetto prevede la digitalizzazione di 1.260 opere d’arte degli Uffizi, tra sculture, are e sarcofagi.

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Altrettanto importante sarà il progetto, di cui si sta parlando proprio in questi giorni, che prevede la digitalizzazione dell’intero patrimonio artistico dei Musei Vaticani, che coinvolegerà un gruppo di lavoro internazionale formato da 35 esperti di arte di fama internazionale e guru di Silicon Valley, da Google a Facebook e Instagram.

Oltre a rendere accessibili da casa opere esposte nei musei di tutto il mondo, la digitalizzazione avrà un secondo importante effetto benefico: renderà visibili i lavori nascosti nei depositi dei musei attualmente non accessibili ai visitatori.

Secondo una recente ricerca della rivista Quartz, infatti, i grandi musei espongono circa il 5 per cento della loro collezione, relegando nei depositi il resto del proprio patrimonio artistico.

E se per alcuni artisti come Claude Monet, la percentuale di opere esposte supera quella dei lavori nascosti nei dopositi, per molti altri non è così: emblematico in questo senso è il caso di Egon Schiele, l’artista austriaco che ha influenzato il movimento espressionista, i cui lavori non sono per ora esposti in nessuno dei musei analizzati.

Una perdita pesantissima per gli studiosi e gli appassionati d’arte di tutto il mondo.

Speriamo quindi di poter ammirare presto online in alta risoluzione i lavori di Schiele e degli altri artisti trascurati dalle istituzioni culturali. E, con questa speranza, vi lasciamo con l’immagine di una delle sue opere più celebri: il suo autoritratto con alchechengi, composto nel 1912 con il suo stile caratterizzato da linee spezzate e nervose, forme ridotte al minimo e accesi contrasti di colore.

EVOLUZIONE-DELLADVERTISING-ONLINE
1024 512 Martina

L’evoluzione dell’advertising online: quanto pesa il mobile?

Nei miei post precedenti ho parlato dei fattori che stanno influenzando gli investimenti web in advertising: la native, gli adblocker, il programmatic. Ora, è arrivato il momento di parlare di una cosa che potrebbe sembrare ai più scontata, ma che in realtà in fase di strategia e di pianificazione non lo è.

EVOLUZIONE ADVERTISING ONLINE

La mobile advertising

Escludendo qualche brand “lungimirante”, infatti, la maggior parte delle aziende  non ha ancora una vera e propria strategia di investimento che include anche il mobile: parlo di contenuti e strumenti pensati appositamente per smartphone e tablet e non solo la semplice declinazione degli stessi contenuti da desktop.

Partiamo con il dire che ormai il traffico da mobile sta diventando predominante, infatti i dati di novembre 2015 ci dicono che la crescita del fatturato pubblicitario online risulta essere del  73% rispetto al 2014 ed è stata trainata principalmente dal mobile, che ha coperto 463 milioni di investimenti ( Fonte: Osservatorio FCP Assointernet).
I dati Audiweb di gennaio 2016 ci dicono che oltre il 50% degli utenti naviga anche da mobile, e che se volessimo analizzare solo la fascia di età dai 18 ai 54 anni saliamo a quasi il 70%, contro il 60% di quelli che navigano anche da PC, con una sovrapposizione del 30%.

Tali numeri non tengono conto delle applicazioni, perché purtroppo ancora non esiste un ente che misuri tutto il traffico anche delle app e non possiamo fare affidamento solo al numero di download dichiarato dai produttori.

Sono dati comunque piuttosto impressionanti e non tenerne conto in fase di pianificazione è ormai un errore che non è più ammissibile.

Sia le concessionarie che gli editori si stanno evolvendo cercando di inserire formati accattivanti, che siano interessanti  per gli inserzionisti e soprattutto per gli utenti. Le soluzioni sono sempre di più, ma si rischia di arrivare allo stesso sovraffollamento del web. E non stiamo tenendo conto che gli ad blocker sono molto diffusi anche per il mobile.

Ecco quindi che entrano in ballo di nuovo la native advertising e soprattutto i social network. Ormai non possiamo neanche più limitare il discorso a Facebook –  che comunque rimane il social di riferimento, che assorbe la maggioranza dei budget – perché le piattaforme sono tante e diverse, da scegliere e usare in base al target, agli obiettivi e al settore di appartenenza.

Le possibilità che abbiamo oggi sono numerose, e ovviamente la parte difficile è sempre trovare il modo e il luogo giusti per intercettare il tuo target (senza pensare che anche solo individuare il giusto target non è una cosa da sottovalutare).

Quali sono però i vantaggi e gli svantaggi dell’investimento su mobile?

Vantaggi

L’aspetto che più rende appetibile questo tipo di investimento è la possibilità di targettizzare in maniera molto profilata il pubblico di riferimento.

I device mobile sono appunto, mobili. La caratteristica principale è anche il punto di maggiore forza di questo tipo di campagne: posso far visualizzare il tuo messaggio solo al pubblico che è in una determinata zona. In questo caso è una vera geolocalizzazione, perché non faccio riferimento alla posizione del server da cui si naviga (che potrebbe essere a kilometri di distanza da dove sono effettivamente), ma al gps del dispositivo che stai utilizzando.

Inoltre, altro aspetto fondamentale: i dispositivi mobile, a parte alcune eccezioni, sono personali. Quindi i dati di navigazione che hai sul tuo telefono sono effettivamente riferiti a te e non a qualche altro membro della tua famiglia o a qualche coinquilino poco riservato. Poi c’è sempre la questione account con cui si scaricano le app (Apple? Google? Poco importa) che è anch’esso personale e quindi conferma ulteriormente che la persona che utilizza quel dispositivo sei veramente tu.

Tutti i dati relativi a sesso, età, gusti personali, luoghi che si frequentano ecc, sono tutti elementi che formano dei profili ben precisi che possono essere individuati se in target con determinate campagne.

Ma la puntuale targettizzazione è solo uno dei vantaggi. Infatti, ad oggi, ci sono molte aziende che lavorano costantemente sull’evoluzione dei formati mobile: un gioco, delle notifiche push quando passi di fronte ad uno specifico negozio, un reminder che ti ricorda che nel cinema al tuo fianco stasera fanno quel bel film di cui avevi visto il trailer qualche giorno fa. Ci sono formati che cambiano in base al meteo, ad esempio: invece di proporti una bella bibita ghiacciata-visto che piove e fa freddo – ti propongono una cioccolata calda. Anche qui, la cosa fondamentale è saper far il giusto piano con la giusta strategia, che sia tagliata su misura per raggiungere i tuoi obiettivi.

Ma non è tutto oro quel che luccica…

Svantaggi

Ci sono infatti alcuni aspetti negativi che vanno valutati molto attentamente.

La crescita degli ad blocker anche su mobile è un chiaro segnale che si sta già esagerando anche qui. Cercare quindi di scegliere il giusto formato, la giusta combinazione di attività (native, social, ecc) diventa fondamentale e richiede una profonda ricerca.

Ho detto poi che è possibile targettizzare in maniera molto puntuale, ma se lo fai nel modo sbagliato rischi di buttare via un sacco di soldi andando ad intercettare il pubblico sbagliato.

I molteplici strumenti e formati che hai a disposizione con il mobile rendono ancora più complessa la stesura del piano, perché non tutti gli strumenti sono adatti a tutti i brand.

Conclusioni

[bctt tweet=”Non c’è un’unica grande regola che definisce quale strategia è adatta al tuo obiettivo.” username=”Estrogeni”]

Ogni campagna ha bisogno di uno studio e di specifiche ricerche che poi serviranno a stabilire gli obiettivi, a definire il target, il budget e in seguito a produrre un piano di investimento su misura.

Una cosa è certa: oggi non possiamo più ignorare la grande importanza del mobile e la sua predominanza su specifici target, come non possiamo ignorare tutti i cambiamenti che continuamente caratterizzano il web. Quello che oggi è giusto domani è già sorpassato e noi dobbiamo già sapere oggi su cosa investire domani. La sfida è ardua. Senza alcun dubbio, però, non ci si annoia mai.

programmatic
1024 576 Martina

L’evoluzione dell’advertising online: il programmatic

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Lo abbiamo detto e continuiamo a ribadirlo: siamo nel pieno di una trasformazione dell’advertising online. I cambiamenti in questo ambito sono continui, ma ora ne stiamo vivendo forse uno dei maggiori.

Eravamo rimasti all’introduzione degli ad blocker e la nascita e l’evoluzione della pubblicità nativa.

Avevamo anche accennato al fatto che il programmatic  è sia una conseguenza che una causa del cambiamento. Ora vediamo il perché.

Perché il Programmatic?

Partiamo da una piccola spiegazione di quello che è il programmatic.

In parole molto semplici è la possibilità di pianificare una campagna display in maniera autonoma e automatica, ossia senza il tramite della concessionaria pubblicitaria, con il supporto di piattaforme dedicate.

Molto probabilmente la sua nascita è dovuta all’esigenza sempre più grande da parte degli inserzionisti di colpire il target nel modo più preciso possibile e cercare di ottimizzare maggiormente i costi.

Maggiore profilazione del target

La necessità di avere una dispersione sempre minore delle impressions o visualizzazioni, deriva in maniera indiretta dalla diffusione degli ad blocker. Infatti, se il tuo annuncio è visualizzato da chi è potenzialmente interessato al tuo prodotto,  ci sono meno probabilità che infastidisca l’utente e di conseguenza meno possibilità che questi vada ad installare un software di ad blocking.

La pianificazione web attraverso il programmatic consente di individuare, in maniera piuttosto puntuale, il target di riferimento. Ciò è consentito dalle piattaforma DMP (Data Management Platform) che trasformano enormi quantità di dati, relativi alle caratteristiche e al comportamento degli utenti, in driver che consentono di pianificare, erogare e misurare le campagne in tempo reale.

Ottimizzazione dei costi

Utilizzare il programmatic per la pianificazione web vuol dire non avere intermediari come le concessionarie e riuscire a gestire la campagna in un tempo minore e con procedure più snelle.

Il media planning risparmierà il tempo che solitamente impiega per la scelta dei canali in target – in quanto saranno le piattaforme che in base al target, definito in modo molto preciso in fase inziale,  individueranno i siti e portali adatti – ma anche il tempo delle (a volte) lunghe negoziazioni con le concessionarie, in fase di acquisizione degli spazi.

Inoltre il budget dedicato alla campagna sarà ottimizzato maggiormente, perché abbiamo la possibilità di coprire il tuo target nel modo più profilato possibile: per età, sesso, interessi, area geografica, condizioni metereologiche, ecc. In questo modo non ci sarà la temuta dispersione delle impressions.

Quindi ci si potrebbe chiedere: perché non utilizziamo tutti il programmatic?

Perché come al solito ci sono anche dei contro. Vediamoli.

Limitata scelta di formati

Per prima cosa, infatti, pianificare in programmatic limita il ventaglio di formati display che abbiamo a disposizione.  Se si vuole ottimizzare in termini di target si dovrà fare a meno di quei formati molto più impattanti e visibili ma sicuramente meno adattabili alle varie specifiche di ogni sito web.

Dimentichiamoci quindi i formati rich. Molto spesso anche le skin non potranno essere utilizzate, perché ogni sito ha le sue dimensioni e quindi solo i formati “standard” potranno essere utilizzati.

Quindi sì, sicuramente in termini di targettizzazione ne andremo a beneficiare, ma quanto ne perdiamo in termini di effettiva visibilità ed efficacia dell’intera campagna?

Poca trasparenza

Le aziende investono e vogliono dei risultati. Il vantaggio maggiore del programmatic è l’automatizzazione di un processo che altrimenti richiederebbe spreco di tempo e di risorse, quindi, quando i risultati sono poco chiari o falsati da criteri di rilevazione discutibili, allora manca il presupposto dell’utilizzo di tale mezzo.

Oggi gli advertiser hanno imparato a richiedere report più dettagliati, forniscono black list dei siti su cui non vogliono assolutamente comparire e delle white list. Insomma ok l’automazione, ma con un minimo di controllo e delle linee guida.

Rispetto al 2014 gli investimenti in programmatic sono più che raddoppiati: se si parla nello specifico di annunci video, nel nostro paese si pensa che possano crescere annualmente del 45%, fino ad occupare il 50% del budget impiegato perquesto formato. Quindi sicuramente il programmatic è il futuro, ma abbiamo bisogno di più  controllo e maggiori competenze degli operatori, sia nel momento in cui si vanno a delineare le linee guida di una campagna che, ovviamente,  quando si condivide una strategia.

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1024 576 Martina

L’evoluzione dell’advertising online: ad blocker e native

evoluzione adv online

La pubblicità online sta cambiando in un modo meno banale di quello che pensiamo.
Sì certo, ci sono i social network, le campagne Facebook, le nuove (ormai non più molto) campagne su Instagram e su tutti gli altri canali. Ma data per assunta la questione social e i relativi investimenti, c’è quella parte del web non-social che sta subendo un profondo cambiamento, e diciamolo, meno male!

Tempo fa abbiamo assistito all’introduzione del video seeding e in generale di tutti i contenuti video che hanno arricchito e reso più interessante il panorama digital. Questo però ha continuato a subire molti cambiamenti, tra i quali i più importanti sono:


  • La diffusione degli ad blocker e la crescita del native advertising
  • L’avvento del programmatic
  • L’aumento esponenziale del traffico mobile
  • Iniziamo a parlare del primo tra tutti.


    1. La diffusione degli Ad blocker

    La diffusione degli ad blocker ha costretto gli inserzionisti a rivedere le proprie strategie di investimento. Infatti in Italia il 27% degli utenti online ha installato un ad blocker e ciò è probabilmente dovuto a una cattiva pianificazione di mezzi e di formati, ma anche, e soprattutto, al grande numero di annunci che spesso sono su una stessa pagina web che disturba la navigazione, rallenta il caricamento delle pagine, ci distrae dall’obiettivo principale (leggere una notizia, per esempio) e soprattutto non ci permette di concentrarci su nessuno dei contenuti pubblicitari, che diventano così tutti “invisibili”. Quindi, anche nel caso in cui il target e il formato siano quelli giusti, il fatto che ci sia troppa concorrenza su una stessa pagina, vanifica tutto il lavoro fatto di ricerca e pianificazione.



    Alcuni editori stanno cercando di ovviare al problema dell’ad blocking riservando alcuni contenuti solo a chi accetta di vedere gli ads. Non è un segreto che la maggior parte dei siti alimenta le proprie finanze proprio con la pubblicità e se non dovesse esserci più molti di questi siti sparirebbero. È anche vero però che se molti degli editori avessero riservato un po’ più di attenzione alla gestione dei loro spazi, forse non saremmo neanche arrivati all’esasperazione dell’utente e quindi all’adozione di provvedimenti per preservare una navigazione decente.



    In ogni caso siamo al punto che gli inserzionisti devono rivedere le proprie strategie e gli editori correre ai ripari. Due delle principali conseguenze sono la nascita e l’evoluzione delle pubblicità native e, anche se in maniera meno diretta, l’incremento del programmatic (di cui parleremo in seguito).


    Il native Advertising

    Partiamo dalle pubblicità native: che cosa sono esattamente? Sono quei contenuti che non interrompono la navigazione, ma che fanno parte integrante di essa. Sono la promozione di un prodotto fatta in un modo tale da fornire anche un contenuto utile. Per esempio, se il tuo prodotto è l’olio di oliva un sito che parla di cucina potrebbe dedicare una sezione alle ricette che ne esaltano il gusto, ai contenuti editoriali che ne mettono in luce i benefici ecc. Il tutto elaborato in un modo che, sì, promuove il prodotto, ma nello stesso tempo è utile per chi legge, è possibile trovare una ricetta interessante o un articolo che spiega i benefici dell’olio, e così via.



    I contenuti di una pubblicità nativa possono essere molto semplici, come per esempio il “vecchio” pubbliredazionale, oppure più elaborati come una sezione di un sito dedicata, con approfondimenti sul tema di interesse del tuo prodotto, produzione di video ad hoc e molto altro.



    Un esempio di strategia molto elaborata è quello di Paneangeli, che insieme al sito Pour Femme ha realizzato una web serie, “Sdolcinati”, composta da 6 puntate, una sezione del sito dedicata al brand e un cookbook di ricette realizzate ad hoc. Il tutto è stato supportato da visibilità editoriale e copertura social per tutto il periodo di campagna.



    paneangeli1

    Questa è solo una delle tante possibilità che gli editori e le concessionarie mettono a disposizione e che di volta in volta vanno ritagliate sul brand/prodotto di cui si andrà a parlare. Le attività possono variare di molto in base al budget, al settore, alla concessionaria, all’editore, al target e altri fattori che possono influenzare i contenuti, ma il concetto rimane sempre lo stesso: promuovere senza infastidire, ma intrattenendo l’utente.



    Altra conseguenza dell’introduzione degli ad blocker è il programmatic, ma l’argomento verrà approfondito tra qualche giorno. Stay tuned!

    Agostino

    Il dislike della discordia

    Ispirato dai recenti fatti e da un post di un amico ed ex collega (il like della discordia), eccomi a scrivere il “dislike della discordia”.

    Di cosa stiamo parlando? Di nulla, sostanzialmente. Non solo Facebook non prevede di introdurre il tasto “Non mi piace” a breve, ma probabilmente non lo farà mai. Visto che Zuckerberg non ha nessun interesse a trasformare il social network in una piattaforma di voto basata sul meccanismo up & down. Fonte: TechCrunch.

    Fine del post? No, c’è ancora spazio per una riflessione.

    Oggi “#dislike” è stato trending su Twitter  per qualche ora, seguito poi dall’italiano “#nonmipiace”. Anche su Facebook se ne è parlato parecchio, e qualcuno ha addirittura già visto da un paio di giorni un tasto che non esiste e mai esisterà…

    Come è possibile che avvenga tutto questo? Che si parli per ore di una non notizia?

    Ovvero la notizia è: Facebook introdurrà il tasto “mi dispiace”, che sarà attivabile in alcuni casi. It makes sense: se qualcuno posta la notizia di una strage o della malattia di un familiare, mettiamo mi piace? Sarebbe di cattivo gusto. Ma se non mettiamo mi piace, l’algoritmo di Facebook potrebbe giudicare come irrilevante il post e non dargli la giusta visibilità. Con il tasto “mi dispiace”, si potrà esprimere empatia, e Facebook potrà continuare ad intercettare contenuti interessanti per la community, anche se di tipo drammatico.

    E quindi: come si passa dal tasto “mi dispiace” al fantomatico tasto “non mi piace?” È semplice: i produttori di contenuti scrivono del “Dislike” perché sanno che attrarranno più visite, i lettori leggono solo il titolo della notizia, e la frittata è fatta.

    Conclusione breve. O meglio, implorazione sentita. Vi prego: leggiamoli gli articoli. Altrimenti va a finire che dovremo dare ragione a Umberto Eco, persino io che non ero per niente d’accordo.

     

    Agostino

    Il motore che ha cambiato di nuovo la ricerca

    Riflettevo sul nuovo logo Google, apparso proprio ieri su tutti i nostri dispositivi.

    Se avessimo presentato a qualsiasi potenziale cliente la ricerca e il conseguente restyling del proprio logo aziendale, esibendo una scrittina in Futura Medium o Century Gothic bold, con una vocale “ballerina” e tanti colori allegri, tutti i layout sarebbero garbatamente volati fuori dalla finestra della sala riunioni, e addio contratto.

    Eppure…

    Eppure funziona. Funziona perché è “matematicamente” inattaccabile: si vede bene, ovunque e comunque, senza errori di applicazione e “anche sugli schermi più piccoli”, come afferma la stessa Google. Funziona perché impeccabile il sistema di identità visiva, a partire dal simbolo “G”, che non è più minuscola e graziata, ma è diventata icona, colorata e coordinata con tutte le altre icone dei vari servizi. Funziona perché è stata estremamente curata la variazione dei quattro colori istituzionali in funzione di una migliore leggibilità sui display dei vari device.

    Funziona perché i designer che usano il motore per le loro ricerche, si aspettano sempre di trovare una soluzione “bella” e guardando in alto a sinistra, nella pagina dei risultati, possono continuare a pensare che almeno sulle font c’è sempre tanto da lavorare.

    Agostino

    Da Google a Facebook: la rivoluzione degli acquisti online

    Si chiama Purchases in Google: è la nuova funzionalità annunciata qualche giorno fa dal Colosso di Mountain View e dedicata agli acquisti online.


    Nelle prossime settimane, infatti, Google inserirà il pulsante “Compra” negli annunci pubblicati nei risultati di ricerca dei dispositivi mobile. Questa funzionalità, per ora in fase beta, sarà inizialmente disponibile solo negli Stati Uniti e per pochissime aziende, ma a partire dal 2016 dovrebbe essere estesa anche agli altri Paesi e in modalità estensiva a tutti i partner.


    Per facilitare (e incentivare) gli acquisti, Google ha anche pensato a delle nuove schede di prodotto per Google Now, che conterranno le recensioni degli utenti e informazioni sulla disponibilità di promozioni e offerte. Ma la vera rivoluzione nel mondo degli acquisti online potrebbe arrivare molto presto con l’inserimento in Google Now di un servizio di informazione vocale, il Conversational Voice Search, che permetterà di porre domande a voce sui prodotti attraverso il nostro dispositivo mobile, ottenendo di risposta le informazioni nella nostra lingua, come se ci stessimo rivolgendo a una persona in carne e ossa.


    La notizia dell’introduzione di questa funzionalità arriva poco dopo la decisione di Pinterest di permettere agli utenti di fare acquisti all’interno della propria piattaforma e dopo le sperimentazioni di Twitter nello stesso campo.


    Ovviamente Facebook  cerca di non essere da meno sul campo degli acquisti online.

    Anche il più influente e frequentato Social Network, infatti, qualche giorno fa ha annunciato l’arrivo del nuovo bottone “Compra subito, già in fase di test negli Stati Uniti e a breve disponibile anche in Italia. In questo modo sarà possibile effettuare ricerche di prodotti e acquisti online restando su Facebook, senza dover mai abbandonare la piattaforma di social networking.


    Il fenomeno si preannuncia quindi effettivamente di grande portata e si propone di rivoluzionare il sistema degli acquisti online, offrendo un’esperienza d’acquisto completamente nuova.


    Resta da chiedersi come si modificherà il mercato online e quali ripercussioni questi nuovi strumenti avranno sui tradizionali eCommerce in termini di volumi giornalieri di visite e di acquisti.



    Agostino

    Garanzia Giovani: il libro che ne analizza i risultati

    Qualche giorno fa è stato pubblicato l’ultimo Rapporto Ocse su Giovani e occupazione che porta alla luce un dato estremamente preoccupante per il nostro Paese. Secondo quanto emerso dagli studi condotti, in Italia l’occupazione giovanile dal 2007 al 2013 è passata dal 64,33% al 52,79%, scendendo di quasi 12 punti percentuali.

    La notizia arriva a un anno esatto dall’avvio del Piano Garanzia Giovani, il programma europeo per la lotta alla disoccupazione giovanile studiato per i Paesi membri con tassi di disoccupazione superiori al 25%, che ha come obiettivo facilitare l’ingresso nel mondo del lavoro dei giovani disoccupati di età compresa tra i 15 e i 29 anni.

    Il programma in particolare propone interventi a sostegno dei cosiddetti NEET (Not in Education, Employment or Training), ovvero quei giovani che, pur non essendo impegnati in attività di tipo formativo e non avendo già un lavoro, non ricercano attivamente un’occupazione.

    Un fenomeno quello dei giovani “sfiduciati” che negli ultimi anni è letteralmente esploso nel nostro Paese, arrivando a cifre preoccupanti: secondo quanto rilevato dall’Ocse, in Italia i Neet sono il 26,09% degli under 30, mentre nel 2008, all’inizio della crisi, erano il 19,15%.

    In questo scenario per nulla rassicurante, come stanno andando le attività previste dal Piano Europeo Garanzia Giovani?

    Per capirlo abbiamo condotto insieme a Europartners e Aster uno studio indipendente analizzando i risultati del Programma da vari punti di vista: numero di adesioni, opportunità lavorative e formative rese disponibili, variazione del tasso di occupazione giovanile e percezione delle attività in rete.

    Il risultato del nostro lavoro è oggi un libro, che potete trovare sia in versione cartacea nelle principali librerie online che in versione ebook.

    Se volete approfondire, sul nostro canale slideshare potete trovare l’abstract dello studio da cui è stato tratto il libro.

    150 150 Agostino

    #notterete

    Bloggers, attivisti della rete, utenti web, cittadini e politici sono stati i protagonisti della notte della rete, l’evento organizzato il 5 luglio per contrastare la nuova delibera dell’AGCOM. L’evento è stato seguito in diretta streaming da 150.000 persone ed ha ottenuto un enorme successo tra gli utenti di Twitter che, tramite l’hashtag #notterete si sono confrontati sui temi dell’iniziativa. E’ iniziato tutto con un bavaglio, un bavaglio bianco indossato da tutti i partecipanti, per indicare il silenzio, quel silenzio che probabilmente caratterizzerà la rete nel futuro.
    Questo è infatti il rischio in cui si imbatterà il web. La delibera prevede infatti la possibilità di eliminare tutti i contenuti multimediali che violano le leggi sul copyright. Questi interventi potrebbero comunque limitare e porre fine alla libera circolazione delle idee. Tutti sanno che Internet è nato come uno strumento democratico, forse l’unico strumento democratico, dove il controllo (ad eccezione di alcuni casi) non esiste (almeno in Italia, finora). Il rischio è quello di censurare un contenuto che, pur violando i diritti d’autore, è comunque d’interesse pubblico. Fino a che punto arriveremo alla censura? Migliaia, milioni, saranno le segnalazioni che arriveranno all’AGCOM. Chi le gestirà? Quali criteri saranno adottati? Si arriverà ad un uso/abuso indiscriminato di questo potere coercitivo? 24 ore è il tempo massimo che sarà concesso all’autore per rimuovere il proprio contenuto incriminato, dopodiché l’Autorità procederà ad una cancellazione automatica dello stesso. Di sicuro, se un sito non sarà ospitato da un provider italiano, l’AGCOM non avrà potere giurisdizionale. Per questo ciascun autore di contenuti potenzialmente censurabili, potrà prevedere una migrazione su provider esteri. Effettivamente possiamo definire l’AGCOM come un’Autorità amministrativa indipendente? Secondo la legge Maccanico, i suoi otto commissari sono eletti per metà dalla Camera dei deputati e per metà dal Senato della Repubblica e il Presidente è proposto direttamente dal Presidente del Consiglio. Questa protesta sembra comunque aver avuto poco effetto. Proprio ieri è stata infatti approvata la delibera che tutto sommato ha stralciato la possibilità di inibire i siti esteri. All’AGCOM rimarrà la possibilità di segnalare eventuali violazioni del copyright all’autorità giudiziaria e ai provider. Quale sarà il destino della rete?